di Lorena Liberatore

Angela Esmeraloda e Sebastiano Lillo (foto Google)

Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo formano un duo musicale, blues e soul. Sebastiano Lillo mostra una personalità eterogenea che spazia dal blues alla black music, con cospicui riferimenti al rock, al country e al folk, inoltre ha accompagnato in più occasioni il chitarrista texano Carvin Jones, suona chitarra, basso e mandolino.

Angela Esmeralda, bellissima e calda voce dotata di una notevole potenza, da alcuni anni porta avanti con Sebastiano un progetto musicale molto apprezzato anche all’estero. Entrambi sono musicalmente attivi anche come insegnanti, l’uno per la chitarra elettrica, l’altra per il canto.

I due artisti (che si sono recentemente esibiti a Cassano) sanno dar vita a una calda atmosfera al ritmo di blues, all’occorrenza marcato dalla cantante attraverso il suono dei tamburelli a mezzaluna o dal kazoo (strumento musicale americano di forma tubolare e schiacciata, con foro centrale chiuso da carta velina, plastica o altra membrana).

I brani eseguiti nella loro ultima tournée sono tratti dagli album: “Deltasoul”, che unisce le atmosfere della Puglia e del Mississippi, blues e soul acustico, e “Raw” che raggiunge livelli di virtuosismo più alti, sfidando la tradizione e cantando il blues in italiano (come in “Spacco Tutto”), e addirittura nel dialetto di Monopoli (“Â mène du segnöre”) il quale, inaspettatamente, si mostra molto versatile nelle esigenze del genere americano. “Raw”, in realtà, è anche una personale visione del lungo viaggio conoscitivo fatto in America dai due musicisti.

Svariati e chiari i riferimenti alla musica afroamericana, e velati gli ammiccamenti al White Gospel del bluegrass. Il progetto di Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo nasce nel sud Italia nel 2013, partendo da grandi palchi come il Pistoia Blues e l’International Blues Challenge a Memphis, ed è segnato da ricche contaminazioni, le quali contribuiscono a creare qualcosa di originale che spinge a sperimentare anche nell’elettronica. Talvolta ai due artisti si aggiunge Carlo Petrosillo, al contrabbasso, armonica e cori.

Di seguito un’intervista a Sebastiano Lillo:

Quando è iniziata la vostra ultima tournée e come sta andando?

Noi siamo stati fuori praticamente dal 27 marzo e siamo tornati il 10 aprile, abbiamo toccato alcuni club, su al nord Italia. Come sempre siamo on the road e portiamo in giro le nostre composizioni, le nostre rielaborazioni personali (siamo alla quarta ristampa del primo disco e alla terza del secondo). Ogni anno c’è sempre materiale che viene richiesto [dal pubblico], e perciò siamo ora in una fase in cui stiamo registrando un disco con tributi agli artisti che ci piacciono, delle reinterpretazioni, e che uscirà tra fine giungo e i primi di luglio. Ci vedrà impegnati in una nuova tournée in tutta Italia, tra luglio e agosto, fra club, festival, rassegne e quant’altro.

A proposito di on the road: quello più noto, che riguarda i vostri album, è quello condotto tra Puglia e Mississippi. Com’è nato?

Attingendo da un genere musicale come il blues, per forza di cose strizzi l’occhio verso quella parte degli Stati Uniti. Dopo aver vinto un contest siamo stati a Memphis (una settimana fra date, concorsi e contest) e lì è nata anche la voglia di incidere qualcosa in dialetto. Ecco perché nell’album “Raw” c’è un brano intitolato “Â mène du segnöre”, che strizza l’occhio a un linguaggio molto blues ma con un testo assolutamente popolare perché, appunto, in dialetto, e che segna la necessità di attingere alle nostre radici culturali, all’appartenenza ‘pugliese’: un ponte fra due culture diverse.

Perché il dialetto di Monopoli?

Perché siamo di Monopoli, è il nostro dialetto. Ci sembrava la lingua, a parte l’italiano, più vicina a noi, o lo ‘slang’ più vicino a noi, a prescindere da quello americano.

Dal Pistoia Blues all’International Blues Challenge di Memphis: un notevole percorso di crescita. Negli anni, qual è stata l’accoglienza americana? Avete trovato un pubblico caloroso?

Tra il Pistoia Blues e l’International Blues Challenge ci sono tanti altri festival a cui abbiamo partecipato (tantissimi viaggi in tutt’Italia e all’estero che ci fanno ancora crescere), in realtà il Pistoia Blues è un grandissimo palco però di blues ha ben poco, perché si è orientato verso una gradazione più rock/pop.

E, assolutamente sì, abbiamo sempre trovato un pubblico caloroso: la gente ci ferma per strada il giorno dopo il live e ci riempie di complimenti, ci dice che gli abbiamo trasmesso un’energia incredibile, un modo di fare che manca un po’ all’Italia perché siamo un pochino legati, secondo me, nell’esternare un gradimento, o anche un non gradimento. In realtà, l’accoglienza estera è assolutamente naturale, un’energia semplice, e poi lì la musica è una componente ‘non esterna’, per noi è ancora una componente ‘esterna’, per molti, a livello culturale. In America, per esempio, è naturale che ci siano dieci club uno accanto all’altro, e che ognuno faccia musica o che ci siano concerti a tutte le ore. È quotidianità.

“Spacco Tutto” racconta in maniera ironica di una momentanea perdita di fiducia in un progetto… a tal punto da voler vendere la tua chitarra preferita. Perché?

L’esasperazione, nei momenti di tensione, portava a rendermi insopportabile! Vendere gli strumenti può capitare nella vita di un musicista, magari dici “quasi quasi chiudo con questo tipo di vita” ma, in realtà, sono chiacchiere!

Ma la chitarra l’hai davvero venduta?

Certo, ma subito dopo ne ho preso un’altra [ride].

E quanto è stato utile questo momento ‘down’, diciamo così, per la riuscita dell’album o del vostro percorso?

Penso che queste esperienze siano un po’ come la vita in generale: utilizzi quello che hai a disposizione, e lo rielabori, se ne hai la forza, per guardare con altri occhi… Fa parte di qualsiasi mestiere. Chiunque ha il suo momento down, ma prendi quello che hai e lo rielabori sotto un’altra ottica. Sicuramente la musica in questo caso è unica!

 

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