di Quirico ArganeseStudio Arganese & Partners

(foto Google)

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L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avrà effetti limitati sull’economia reale italiana: è quanto comunicato dal Ministero dell’Economia al termine della riunione del Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria sulla Brexit. Ma quali sono i principali rischi per le imprese? Secondo le stime elaborate dalla SACE, la Brexit potrebbe avere un impatto negativo sull’export italiano di un importo compreso tra 200 e 500 milioni di euro nel 2016 e dai 600 fino a 1,7 miliardi nel 2017. I settori più penalizzati sarebbero la meccanica strumentale e i mezzi di trasporto, mentre i prodotti alimentari, il tessile e l’abbigliamento potrebbero continuare ad avere un andamento positivo.

Quello che qualche autorevole osservatore britannico aveva definito come il dilemma di Gulliver tra il Remain e il Leave si è risolto, a dispetto di quanto sembrava sulla base delle prime proiezioni, con la Brexit. La circostanza ha una portata sicuramente storica, rappresentando il primo caso dall’avvento dell’Unione europea di Paese che non si aggrega ma decide , democraticamente, di lasciarla. Si apre ora uno scenario assolutamente inedito raffigurato in maniera eloquente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, Sandro Gozi, che prima del referendum aveva parlato di una “terra” incognita.

Dal punto di vista delle procedure europee si tratterà di collaudare la cosiddetta “clausola di recesso” prevista dall’articolo 50 del Trattato UE, che prevede tre ipotesi.

La prima è un recesso entro un tempo massimo di due anni a far data dalla notifica della volontà di recedere al Consiglio europeo da parte dello Stato interessato. L’accordo di recesso è negoziato dalla Commissione ed è concluso dal Consiglio europeo, previa approvazione del Parlamento.

La seconda ipotesi è che, entro il termine di due anni, non si concluda , nonostante i negoziati , alcun accordo di recesso. In tal caso i trattati cessano automaticamente di essere applicabili allo Stato recedente. Infine la terza ipotesi, è che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato recedente, decida all’unanimità di prorogare il termine dei due anni.

I trattati UE restano allora applicabili allo Stato recedente, sino alla data decisa con la proroga. Al di là delle reazioni emotive immediate ben rappresentate dai forti ribassi sui mercati finanziari e dalla prevedibile volatilità nelle prossime settimane, quali sono le considerazioni, per quanto possibile in considerazione della assoluta novità, più “ragionate” sulla base dei “dati noti” (Benedetto Croce sosteneva che il “prevedere non è che un vedere, conoscere i fatti noti e ragionarvi su intorno con gli universali” ) sui possibili effetti sulla economia reale e sul “sistema” Italia?

Scenario generale

Va opportunamente ricordato come la Brexit, per quanto non auspicata, era uno scenario comunque ritenuto possibile in ottica di what if da parte delle Autorità monetarie e politiche. Come ha ricordato recentemente il Ministro Padoan il G20 aveva incluso la Brexit fra i possibili shock che potrebbero generare il rallentamento del quadro economico globale.

Come si legge nelle dichiarazioni successive alla riunione telefonica dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G7 all’indomani dell’esito del referendum, nell’esprimere “rispetto per la decisione popolare del Regno Unito di uscire dall’Unione europea e fiducia nella capacità delle autorità britanniche di gestire le conseguenze del referendum” si riconosce che la volatilità dei mercati può avere implicazioni per la stabilità economica e finanziaria, ma ricordano che le banche centrali stanno assicurando ai mercati la liquidità necessaria a favorirne il regolare funzionamento”.

Come più volte ripetuto la BCE le banche centrali nazionali del SEBC, di concerto con BOE e FED sono già pronte con un vastissimo strumentario per intervenire, se si dovessero materializzare rischi e problemi di liquidità sui mercati delle valute, dei titoli pubblici e sull’operatività del sistema bancario. I profili di rischio economico sembrano conseguenti soprattutto dal punto di vista politico al “rischio emulazione” che potrebbe indurre altri Paesi europei a incamminarsi sulla stessa strada indebolendo l’area euro (anche se va di converso sottolineato l’atteggiamento di Scozia e Irlanda che potrebbe portare ad una implosione dello stesso Regno Unito).

Paradossalmente la Brexit potrebbe essere però l’occasione per un ripensamento della stessa idea di Europa con un nuovo “flight to quality” come auspicato nelle febbrili consultazioni e riunioni in corso tra le cancellerie europee.

Impatti sull’Italia

Andando alla specificità del nostro Paese è importante partire dal comunicato stampa diffuso dal Ministero dell’Economia al termine della riunione del Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria riunitosi la mattina del 24 giugno, presieduta dal ministro Pier Carlo Padoan, cui hanno partecipato il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il Presidente della Commissione nazionale per le società e la borsa Giuseppe Vegas.

Il Comitato ritiene “che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avrà effetti comunque limitati sull’economia reale italiana. La solidità dei fondamentali delle imprese tornerà presto a prevalere sulla volatilità dei mercati finanziari. Il mercato dei titoli di Stato è stabilizzato dai programmi della Banca centrale europea e dal percorso di aggiustamento delle finanze pubbliche perseguito dal Governo. Nonostante le ampie escursioni dei prezzi, l’operatività dei mercati finanziari prosegue secondo le normali modalità. I fondamentali del sistema bancario restano solidi. In un contesto di volatilità generalizzata a livello globale, le autorità seguono con attenzione la situazione”.

Abbastanza rassicurante anche il recente studio condotto dall’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s che aveva elaborato in vista della consultazione popolare in UK una lista dei 20 Paesi più esposti alla Brexit attraverso il Brexit Sensitivity Index, basato su fattori come esportazioni di beni e servizi verso il Regno Unito in relazione al Pil nazionale, flussi bidirezionali di emigrazione, crediti del settore finanziario su controparti britanniche e investimenti stranieri diretti nel Regno Unito.

Sulla base della ricerca emergeva come Italia e Austria sono tra i Paesi UE meno vulnerabili all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Al primo posto si colloca l’Irlanda e poi centri finanziari piccoli, ma con storici legami con Londra, come Malta, Lussemburgo e Cipro. Fra le grandi economie del continente, la più esposta sarebbe la Spagna, all’ottavo posto, seguita dalla Francia all’undicesimo e dalla Germania al dodicesimo. Anche il Fondo Monetario Internazionale ritiene poi l’Italia, insieme a Francia, Germania e Spagna, fra i paesi meno colpiti dalla Brexit, mentre i più esposti sono considerati Malta, Irlanda, Cipro, Olanda e Belgio.

Va sottolineato come il principale rischio che sembra incombere sul nostro Paese sembra quello legato a eventuali manovre speculative che potrebbero colpire i nostri titoli pubblici con un innalzamento dello spread, con possibili impatti sulle stime di crescita, in conseguenza della eventuale percezione del sopracitato possibile “effetto emulazione” della Brexit nell’area euro con l’”attacco” ai Paesi mediterranei ritenuti più “deboli”. Va però ricordato come ricordato dallo stesso Mario Draghi in una specifica audizione al Parlamento europeo che la Bce è pronta ad intervenire con strumenti difensivi sul modello del “whatever it takes”.

Effetti sulle imprese

Quali sono i possibili impatti sul sistema delle imprese italiane? Attingendo alle stime elaborate dalla SACE la Brexit potrebbe avere un impatto negativo sull’export italiano di circa 1-2 punti percentuali traducibile in un importo compreso tra 200 e 500 milioni di euro nel 2016 e dai 600 fino a 1,7 miliardi nel 2017 (contrazione del 3-7 per cento). I settori più penalizzati sarebbero la meccanica strumentale e i mezzi di trasporto, mentre i prodotti alimentari, il tessile e l’abbigliamento potrebbero continuare ad avere un andamento positivo. Quali sono i diversi profili interessati?

Con riferimento ai profili doganali scegliendo di abbandonare l’Unione, la Gran Bretagna diventerà un «Paese terzo» che dovrà ridefinire i suoi rapporti con la UE La trattativa si svolgerà secondo le regole previste dall’articolo 218 del Trattato.

Diverse sono le possibili soluzioni, dal modello SEE alla adozione dei modelli svizzero, norvegese o turco o ancora all’accordo CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), con il Canada. Molto dipenderà però dalla reciproca volontà delle parti di cooperare o porsi in rapporto conflittuale.

Altro profilo è quello valutario con il punto interrogativo nel medio lungo periodo sull’andamento della sterlina rispetto all’euro (la prima reazione è stata quella di un forte deprezzamento e anche le previsioni prevalenti almeno nel breve periodo sembrano andare in questa direzione). Da non sottovalutare anche un possibile effetto recessivo in UK con una diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici e impatto anche sui flussi turistici nel nostro Paese.

 

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