di Anita Malagrinò Mustica

Una canzone di Mina non può essere giudicata sul metro della poesia-non poesia e neppure alla luce di una immagine classica dell’uomo. Tuttavia per delle masse enormi soddisfa evidentemente delle esigenze. Quali sono queste esigenze? Secondo quale meccanismo le soddisfa? Le soddisfa o sembra soddisfarle? Esisterebbe un modo diverso per soddisfarle? Una volta che fossero state modificate profondamente le strutture della società in cui viviamo, queste esigenze sopravviverebbero?

Sabato 17 febbraio 2018, a partire dalle ore 17:30, nel Palazzo Albenzio di Cassano delle Murge, sede dell’Università della Terza Età, Claudio e Giandomenico Crapis, l’uno docente e dirigente scolastico, l’altro medico, infaticabili esploratori del secolo passato, hanno tenuto una vera e propria lezione magistrale, analizzando, in presenza di un pubblico appassionato ed attento, un saggio dell’intellettuale più eclettico e poliedrico degli ultimi decenni, capace di combinare, in maniera innovativa ed eccelsa, la semiotica e la filosofia all’attività di scrittore, traduttore e accademico.

Il 5 e il 12 ottobre 1963, in un momento in cui emergevano tumultuosamente fermenti nuovi nel campo della società e della cultura, il settimanale del Pci “Rinascita” pubblicava un lungo articolo di Umberto Eco “sui problemi della cultura di opposizione”. Ne scaturì una vivace discussione che si protrasse per mesi, nella quale intervennero intellettuali ed esponenti del Partito.

da sinistra: Giandomenico Crapis, Claudio Crapis, autori del volume “Umberto Eco e il PCI”, presentato il 17 febbraio all’UTE. Il presidente della Fondazione Albenzio-Patrino, Francesco Giustino e il prof. Vito Antonio Leuzzi (foto Facebook)

I fratelli Crapis, ripercorrendo l’iter di riflessioni alla ricerca di parallelismi tra evoluzioni della società e fenomenologia artistica e culturale, hanno riportato, nella loro ultima fatica letteraria, il saggio di Umberto Eco che, con una particolare novità dell’impostazione, vastità di riferimenti e introduzione di temi inediti, metteva spregiudicatamente al centro della sua analisi la società di massa con i suoi gusti, i suoi consumi e i suoi miti. Claudio Crapis, nel suo primo intervento, ha precisato quanto sia stato complesso, per Eco, in un contesto fortemente influenzato da un Marxismo conservatore e integralista, pubblicare opinioni che andassero a smontare l’impianto scientifico dell’ideologia marxista e decretassero la necessità di studiare la cultura di massa, indicando un programma interdisciplinare per una profonda analisi sociale. Eco prescrisse, in un’epoca in cui vigeva il Crocianesimo, il passaggio dal momento descrittivo, in grado di cogliere le tecniche scientifiche per lo studio dei fenomeni, alla ricezione, così da cogliere la diversificazione del pubblico. Avvalendosi di una straordinaria capacità statistica, Eco colse l’omologazione dei gusti e ribaltò la concezione deterministica che si nascondeva nel rapporto tra struttura e sovrastruttura. Rifacendosi agli scritti di Engels, studiò struttura e sovrastruttura definendole indipendenti e autonome nel loro sviluppo. «Eco voleva giungere ad interpretazioni storiche, ricercando analogie con fenomeni lontani, dimostrando una capacità semiotica non indifferente» ha concluso Claudio Crapis, lasciando la parola al fratello Giandomenico che, pur avendo intrapreso gli studi medici, si è sempre dedicato allo studio dei fenomeni della cultura di massa, ricostruendo il rapporto tra Pci e mezzi di comunicazione. Giandomenico Crapis ha incentrato il suo intervento sulle reazioni al saggio di Eco e sul conseguente dibattitto, che animò ed interessò svariati ambienti culturali, coinvolgendo in prima persona figure come Rossana Rossanda, Louis Althusser e Edoardo Sanguineti. Il saggio, quasi dimenticato, dell’intellettuale piemontese, risulta interessante anche perché anticipava la successiva svolta semiotica dell’autore e perché faceva emergere un aspetto forse inesplorato del primo Eco: la ricerca, lui già cattolico, di un rapporto con la cultura marxista e il tentativo di coniugare Marx con nuove scienze come lo strutturalismo, senza mai abbandonare la forte tensione all’impegno, in un’ottica, come egli sottolineava, “modificatoria” della realtà.

Dopo gli interventi dei fratelli Crapis, gli astanti hanno preso parola, conversando con gli scrittori e dimostrando particolare acume intellettivo, attualizzando le parole di Eco, stimolati dalla sagacità di un intellettuale di rara profondità, scomparso recentemente.

Intervista a Claudio Crapis (a cura di Lorena Liberatore)

Claudio Crapis (foto di Anita Malagrinò Mustica)

Com’è andata la presentazione del suo libro a Cassano?

Certo non sta a me esprimere valutazioni di questo tipo, ma personalmente sono molto soddisfatto; ho visto un uditorio attento e che ha posto diverse domande.

“Umberto Eco e il PCI. Arte, cultura di massa e strutturalismo in un saggio dimenticato del 1963”, com’è nato questo libro?

E’ stato mio fratello Giandomenico – in occasione della “Lettura no stop del Nome della rosa” organizzata nel Maggio 2016 nella Libreria Tavella di Lamezia Terme dal compianto Augusto Porchia, cui va il mio ricordo commosso e riconoscente – a propormi di ripubblicare e commentare questo articolo “dimenticato” di Eco. Sulle prime, confesso, ero alquanto perplesso, soprattutto perché non volevo dar l’impressione di cavalcare l’onda emotiva suscitata dalla morte, allora recente, di Eco. Poi ho letto l’articolo e ho cambiato idea.

Lei è docente e dirigente scolastico, suo fratello invece medico. Due ambiti apparentemente inconciliabili! Cosa vi ha spinti a collaborare a questo volume?

Mio fratello, benché medico, da sempre è appassionato e studioso della televisione italiana e dei rapporti fra potere e mezzi di comunicazione di massa. Su questi temi ha pubblicato diversi libri. Io mi sono laureato in Semiotica a Bologna con il Prof. Eco e dopo gli anni del dottorato, mi sono dedicato all’insegnamento, mantenendo, per quanto mi è stato possibile, la passione per gli studi semiotici e per gli scritti di Umberto Eco. Quindi il lungo articolo del 1963 si presentava evidentemente come un fecondo terreno di incontro dei nostri interessi.

A due anni dalla morte di Umberto Eco, cosa ci resta di lui? Ma soprattutto, cosa ci resta di questo suo saggio dimenticato del 1963? E quanto la sua puntuale analisi della società di massa e dei suoi miti è ancora attuale, oggi e in questo delicato periodo politico?

Eco ha lasciato un’eredità straordinariamente ricca di spunti di ricerca in ambiti diversi, di stimoli e di studi con la quale ogni studioso può e deve fare i conti, dalla semiotica alla filosofia del linguaggio, dall’estetica alla teoria delle comunicazioni di massa, dalla storia delle idee alla teoria della letteratura. Riproporre oggi il saggio del 1963 ha senso non per interesse documentario, ma perché ci mostra – benché Eco sia ai suoi esordi (aveva poco più di trenta anni) – quanto sia necessario guardare alla cultura nella complessità delle sue dinamiche e collegare le analisi al contesto storico. Quanto sia importante studiare senza snobismi e anzi con strumenti raffinati culturalmente gli specifici linguaggi dei mezzi di comunicazione di massa, cogliendone la dimensione interdisciplinare (dall’estetica alla sociologia, all’antropologia ecc.), capire come vengano fruiti da pubblici diversi e riuscire a collegarli sia con altri fenomeni comunicativi, dello stesso genere o di altra natura, sia con il contesto socio-economico.

Penso che sia attualissima quella lezione di impegno critico e di profondità, necessaria ancor di più oggi con i profondi mutamenti introdotti dalla Rete. Di fronte alla cultura di massa in tutte le sue forme il suo atteggiamento coerente non è stato né di pessimismo apocalittico né di ottimismo integrato, ma di attivo impegno critico.

Com’era ‘Umberto Eco – docente’? L’immaginario di chi non l’ha conosciuto tende ad oscillare tra due estremi: era un uomo severo e distante o una persona umana (nel senso più nobile del termine) e dal modo di fare ‘paterno’?

La materia insegnata da Eco all’Università, Semiotica, incuteva un certo timore, perché richiedeva molto impegno e presupponeva un bel po’ di letture e conoscenze, infatti di solito la si affrontava al terzo o al quarto anno (secondo il vecchio ordinamento). Per laurearsi con lui, poi, bisognava conoscere almeno due lingue. Ma le sue lezioni erano coinvolgenti e divertenti anche; era estremamente disponibile con gli studenti, amava molto fare lezione (non si assentava mai). Con i suoi laureandi e/o dottorandi era abitudine andare a mangiare insieme almeno una volta a settimana. E sicuramente potrei confermare che “paterno” era il suo modo di fare.

Questa domanda la rivolgo semplicemente al Claudio Crapis lettore… di narrativa! L’ultimo testo di narrativa di Umberto Eco è del 2015: il discusso “Numero Zero”, edito dalla Bompiani. Un romanzo che divise nettamente il pubblico dei lettori e fece discutere molto, in particolare su quei social network oggi tanto di moda, ma anche tanto dileggiati dallo stesso Eco. Cosa pensa di “Numero Zero”?

“Numero zero”, settimo e ultimo romanzo di Umberto Eco, sicuramente spiazza il lettore dei romanzi precedenti: è breve, semplice quanto a numero di personaggi e compatto quanto al tempo e al luogo. Ma la piacevolezza del libro consiste nella capacità di rappresentare le dinamiche attraverso le quali la conoscenza viene “fatta a pezzi” dall’informazione, anzi addirittura ostacolata dall’informazione.

 

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