di Vito Gurrado

Imprescindibile ed evidente necessità d’ogni artista è quella della condivisione e comunicazione del proprio “io”, del proprio mondo interiore. Un mondo tutt’altro che irreale.

Certo, non è detto che questo “processo” avvenga nel modo più trasparente e lineare, perché talvolta è impossibile una corretta lettura o piena interpretazione delle opere.

L’oscurità, l’enigmaticità non sono solo sinonimo di “pensiero Alto”, ma inconfutabile attributo identificativo di chi “più ha” in termini contenutistici e qualitativi, come nel caso della scrittrice e poetessa Lorena Liberatore la quale arricchisce i priori testi di affascinanti atmosfere noir e oniriche.

Partendo da quello iconico-visivo (costruito attraverso l’immagine e che personalmente prediligo) molteplici sono i linguaggi a nostra disposizione; quello di Lorena non è certamente questo, come non lo è neppure quello gestuale: Lei ricorre a quello verbale ed è per mezzo della scrittura che senza indugio, né beneplacito alcuno, pervade l’anima dei suoi lettori lasciando in loro indelebile il sapore dei suoi scritti.

Non occorre essere particolarmente “svegli” per capire che ogni sua poesia sia in realtà un dono, un portale vero e proprio dinnanzi al quale poter scegliere di rimanere indifferenti o entrarvi a capofitto, magari nel tentativo di cambiare la propria esistenza.

Al momento, unico suo testo di poesie dato alla stampa è Deliria (FaLvision 2013), seguente al saggio dedicato all’artista salentino Il Salento metafisico di Carmelo Bene, premiato presso l’Istituto Italiano di Cultura di Napoli nel 2012.

Degna di menzione è la poesia Litania della follia, omaggio (come lo stesso titolo suggerisce a una mente accorta) ad Erasmo da Rotterdam, il noto teologo, umanista e filosofo olandese, e al suo Elogio della Follia (1509).

Il carattere satireggiante di quest’ultimo è solo un velo sottile nei versi della Liberatore, che con brutale vitalità sottolinea l’unicità del diverso nel suo aspetto più positivo e nel più profondo istinto alla vita. Qui la forza si manifesta come “percezione nel riverbero”, “febbre eccitante”, “richiamo alienante”, “buona sorte”, e risiede là dove la conoscenza non è che un percorso il quale dall’ignoto, benché anche attraverso piacere e corruzione, conduce alla pace interiore.

 

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