Sono i giovani ad essere stati maggiormente colpiti dalla crisi scoppiata dopo il disastro finanziario del 2008. Ma, né i livelli record di disoccupazione, né le manifestazioni popolari, né tantomeno la prospettiva di una generazione perduta sono serviti finora a provocare una risposta coordinata e adeguata.

Secondo il nuovo rapporto dell’ILO sulle tendenze globali dell’occupazione giovanile, il tasso di disoccupazione giovanile dovrebbe raggiungere il 13% nel 2013, l’equivalente di 73 milioni di giovani in tutto il mondo. Un tasso praticamente invariato rispetto a quello registrato all’apice della crisi. Le proiezioni attuali non lasciano sperare alcun miglioramento prima del 2018.

La situazione varia dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, ma nessuno ne è immune.

Nei paesi sviluppati, molti giovani hanno rinunciato a cercare un impiego oppure hanno ridimensionato le loro aspettative, accontentandosi del primo lavoro che trovano. Inoltre, sono sempre più numerosi i giovani costretti ad accettare lavori part-time o contratti temporanei. Il posto di lavoro sicuro, che era la regola per le generazioni passate, è diventato oggi un sogno irraggiungibile per molti giovani.

Le cifre elevate fanno pensare che siamo di fronte ad una generazione a rischio; milioni di giovani disoccupati o sotto-utilizzati che vedono un prolungamento del periodo di “dipendenza” dai genitori o dallo Stato.

Grazie ad un partenariato con la Fondazione MasterCard, l’ILO ha potuto condurre ricerche innovative nei paesi in via di sviluppo che vanno ben oltre i tradizionali indicatori del mercato del lavoro e analizzano fenomeni come l’occupazione irregolare, il sottoutilizzo della manodopera, la qualità del lavoro e il livello di soddisfazione dei lavoratori, nonché le trasformazioni del mercato del lavoro. Ricerche sulla transizione scuola-lavoro rivelano una maggiore difficoltà dei giovani ad entrare nel mercato del lavoro rispetto a quanto indicato dai dati sulla disoccupazione.

Nei paesi esaminati dalla ricerca, fino ai due terzi dei giovani erano disoccupati; o avevano un lavoro irregolare, di bassa qualità e pagato poco, perlopiù nell’economia informale; oppure erano NEET, cioè non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione. Lo studio dimostra che, nei paesi in via di sviluppo, la forte competizione per i pochi posti di lavoro rimasti rende i giovani, con un livello di istruzione bassa, ancora più vulnerabili. I più a rischio sono i giovani delle zone rurali e quelli che emigrano verso le città. Se non creiamo posti di lavoro sostenibili e non miglioriamo l’accesso all’istruzione e alla formazione professionale, la riduzione della povertà rischia di essere compromessa.

Fonte: Il Portale del Lavoro Dignitoso – Lavoro, Sistema Puglia, Economia, Internazionalizzazione – Redazione Sistema Puglia