“Più manifatturiero uguale più alta crescita”. È questo lo slogan scelto dal centro studi di Confindustria, che oggi ha presentato il rapporto sullo sviluppo manifatturiero. Gli ultimi trent’anni, spiega Confindustria, hanno cambiato la storia dell’industria globale: “Alla pattuglia di testa dei Paesi avanzati si è affiancato un insieme di Paesi emergenti, composto da economie di stazza continentale e con elevatissima crescita”.

L’Italia si posiziona settima nella graduatoria mondiale dell’output industriale con una quota del 3,1% sulla produzione manifatturiera industriale nella media 2011-2012, seconda in Europa solo alla Germania, che vanta una quota quasi doppia. Il nostro Paese, inoltre, è quinto al mondo sulle esportazioni manifatturiere in termini di valore aggiunto, con una quota di scambi del 4,2%.

“L’Italia, come le altre economie avanzate, detiene un livello di industrializzazione – evidenzia il Csc – che è un multiplo di quello degli emergenti più importati. Ciò rispecchia una dotazione maggiore di competenze. Inoltre -aggiunge ancora Confindustria- si comporta bene anche nella difesa di una maggiore diversificazione settoriale e nella forte mobilità delle sue esportazioni tra mercati”.

L’industrializzazione negli emergenti è avvenuta a ritmi particolarmente elevati in Cina, che occupa la prima posizione per la produzione manifatturiera mondiale, con una quota del 21,4%, nella media 2011-2012. Anche se hanno registrato passi più lenti, gli Usa restano comunque secondi al 15,4%.

Subisce un grande arretramento dei livelli di attività il Giappone che invece è terzo, con il 9,6%.

La Germania, quarta nella classifica mondiale e prima in Europa, ha una quota del 6,1%, segue la Corea del Sud, che spicca tra gli avanzati, con una doppia velocità pari a quella emergente e il raddoppio della quota sulla produzione mondiale, che ha raggiunto il 4,1%. L’India è sesta in classifica, con una quota del 3,3%. Settima l’Italia che, osserva il Csc, anche se “ha avuto l’andamento peggiore in termini reali, a prezzi e cambi correnti mantiene la settima posizione con una quota del 3,1% sulla produzione manifatturiera industriale nella media 2011-2012, seconda in Europa solo alla Germania, che vanta una quota quasi doppia”. Seguono Brasile e Francia, entrambe al 2,9%, e la Russia, decima, con una quota del 2,3%. Ma in due decenni, ci tiene a precisare il Csc, il peso dei Paesi emergenti sulla produzione manifatturiera è salito vertiginosamente, fino a conquistare il 42,2% mentre quello degli avanzati è sceso da tre quarti a meno della metà.

Il Csc ha stimato che nei Paesi avanzati un aumento di un punto nella quota del manifatturiero si associa a un maggior incremento annuo del Pil dell’1,5%. Negli emergenti il guadagno è di 0,5 punti. “Questa differenza nasce dal fatto che i Paesi avanzati, proprio perché più evoluti, hanno maggiori competenze, che sono evidenziate dalla loro più elevata complessità economica”, spiega Confindustria. Per quanto riguarda le esportazioni manifatturiere in termini di valore aggiunto, spiega il Csc, l’Italia è “capace di estrarre un alto valore aggiunto dal suo export: il manifatturiero italiano aumenta il proprio valore aggiunto attraverso la partecipazione all’intreccio degli scambi internazionali di beni manufatti, e metà del suo valora aggiunto è attivata dalla domanda esta di beni finali e intermedi”.

Nella classifica elaborata dal Csc, secondo i dati del 2008, la Cina consolida il primato, con il 16,5% di scambi in valore aggiunto, segue la Germania, con una quota dell’11,8%, gli Stati Uniti terzi in classifica con scambi pari al 9,9%, poi il Giappone all’8,1%, mentre l’Italia si posizione quinta con una quota del 4,2% di scambi in termini di valore aggiunto. Seguono Francia al 3,8%, Regno Unito al 3,5%, Corea del Sud ottava al 3,4% Canada con una quota del 2,4% e Spagna, decima, al 2,2%.

Fonte: LabItalia – Sistema Puglia, Economia, Mercato e concorrenza, Imprese – Redazione Sistema Puglia