di Anita Malagrinò Mustica

Ricordi? Tempo fa,
Quando con te non avevi molto,
ma la tua mente era ricca
e ci teneva compagnia
raccontandoti le sue fiabe d’argento.
All’ora tu eri felice con poco,
e di chimere cospargevi il tuo corpo
per sentire meno la tua debolezza.
Che fine ha fatto il ragazzo di un tempo?

Lorena Liberatore, Iluzie, ATTO I, Scena Quinta

Lorena Liberatore, artista intraprendente, versatile e curiosa, da anni, si dedica allo studio dell’arte drammatica, alla composizione di testi capaci di trasmettere l’evanescente e impercettibile bellezza dell’arte prossemica.

Lorena (la cui ultima opera è uscita appena pochi giorni fa per i tipi della cassanese “Messaggi Edizioni”, con il titolo ControCorrente. Tra storia e stile – Spettacolo teatrale liberamente ispirato alla vita di Coco Chanel), dopo la pubblicazione di un saggio su Carmelo Bene (Il Salento metafisico di Carmelo Bene, vincitore della XXIX edizione del Premio Internazionale di Letteratura e Poesia “Nuove Lettere” 2013, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Napoli) e di un volume di poesie e soliloqui per il teatro (Deliria), entrambi editi da FaLvision, dona al suo affezionato pubblico un’opera teatrale di singolare originalità e profondità.

ILUZIE è un testo teatrale dal sapore fantasy e musicale, un testo sperimentale che gioca con la comicità e i generi letterari, il tutto mescolato ad atmosfere musicali rock e cinema.

Attraverso gli occhi del protagonista di questa tragicommedia, Iluzie, il lettore è totalmente inglobato in una realtà surreale, in cui si manifesta l’eccelso eclettismo dell’autrice. Un’accusata e minuziosa analisi della società contemporanea, in cui rientrano svariate tematiche e che, inevitabilmente, conduce ad una riflessione disincantata e realista. Una tragicommedia tutta umana, uno straordinario testo capace di far confluire, tra le poche pagine, tutta la malinconia di un Io costretto a misurarsi con la contingenza di un futuro vago e indefinito, usando termini leopardiani, e quasi asetticamente impercettibile.

Iluzie appare totalmente attanagliato, intrappolato in una gabbia di insoddisfazioni, rimorsi e frustrazioni. È tormentato da un passato sconfitto da un eccessivo materialismo, che ha relegato i suoi sogni, costringendoli a soccombere, ad annegare nel mare oscuro dell’oblio.

L’arte, l’amore per la bellezza soppiantati dalla crudeltà del rigoroso e incontestabile pragmatismo, da una logica monopolizzata dall’utilitarismo economico e priva di valori autentici, di cui Iluzie sente un bisogno vitale.

Osservando i fuochi fatui delle sue ambizioni, desideroso di riscoprire il contenuto ermetico del suo cuore, Iluzie intraprende una sorta di viaggio dantesco, per recuperare i suoi sogni, incatenati dall’onirica rassegnazione della sua involontaria inettitudine.

Lotta, lotta con tutte le sue forze per fuggire da una specie di angoscia kierkegaardiana e esamina profondamente i labili stadi della sua esistenza, analizzando, in chiave psicologica, le sue paure passate e presenti, sottoponendosi ad una specie di processo kafkiano.

Un’ambientazione surreale, personaggi sfuggenti e nebulosi, proiettati sulla linea d’ombra delle indecisioni di Iluzie. Tante le situazioni, i colpi di scena che si affastellano nel labirinto dei sentimenti e delle passioni, in un alternarsi di battute strutturate in base ad una stupefacente conoscenza della tecnica recitativa. L’intero impianto, infatti, sembra proiettarsi nella mente del lettore, arrivando persino ad esprimersi nella regressione del punto di vista dell’autrice che, quasi fiabescamente, s’impone nell’ultimo atto, andando a sostituirsi a quello del protagonista con una tecnica metamorfica che stupirà i futuri lettori.

Un’opera teatrale che gioca con illusioni obnubilate e palpitanti, in grado di trasfondere speranza attraverso lo straordinario titanismo del protagonista. Questa opera teatrale non va semplicemente letta, nella speranza di una futura rappresentazione, ma associata al reale disagio della nostra esistenza che, oggi come ieri, ha bisogno di rimanere saldamente ancorata ai sogni più autentici, in modo tale che sia resa possibile una fuga dall’atroce solitudine e da un sistema nichilista e irrilevante, malato di caducità e esiguità.

 

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