di Lorena Liberatore

Questa volta vi propongo un testo edito nel 2010, adatto ad ogni lettore. Si tratta di La Rosa dei Venti e il segreto del Monte Rosso di Piero Fabris (Ed. Gelsorosso).

Il protagonista del romanzo è… un principe-fabbro di nome Voluandro! L’intrepido Voluandro abbandonerà il freddo delle regioni del Nord Europa per compiere un viaggio il cui percorso lo porterà in Puglia. È un viaggio verso la luce, ma anche un viaggio spirituale in se stessi. Non solo! Un viaggio che svela le bellezze e i sapori di questa terra: una città di artigiani e pescatori, e di un popolo dal carattere forte e tenace.

La scelta dell’ambientazione non è casuale, infatti sottolinea l’amore di Fabris per Bari. In un caleidoscopio di folklore e di tradizioni religiose, bizzarramente mescolate, l’autore (nato a Baudour in Belgio nel 1965, ma barese d’adozione, pittore, poeta, autore di romanzi e racconti, nonché studioso di simboli e religioni) gioca con le sue passioni strizzando l’occhio al lettore.

È proprio tutto il percorso onirico fatto dal protagonista per arrivare fino a Bari – cosa che ha, a suo modo, dell’assurdo e dell’incredibile – che fa emergere l’amore di Piero per tradizioni e simbologie: il principe Voluandro abbandona le terre del Nord per scappare dal torbido e freddo amore della regina Mara Bruna, e il vecchio saggio Cripiro gli consegna le pergamene recanti gli arcani sul futuro, consigliandogli di partire subito per cominciare il vero cammino al quale è predestinato; ma prima deve recarsi a Gimlè, il paese sacro degli Elfi, per fare le dovute offerte votive, proprio lì un errore imprevisto e una maledizione attuata dai permalosi Elfi condannano il protagonista a passare da un territorio all’altro senza tregua, come trascinato da una tempesta. Infatti, prima approderà, insieme all’equipaggio di un’imbarcazione, presso terre sconosciute (che assumono gradualmente i tratti del Gargano) dove simulacri pagani e cristiani si mescolano senza tregua, dove stele dalle facce piatte e tratti umani convivono con le chiese a breve distanza gli uni dagli altri (quasi come in un incubo!), poi, accolto da un monaco benedettino di nome Padre Richerio comincerà a legarsi indissolubilmente alla cultura cristiana, quasi desiderando di convertirsi a quell’isolamento spirituale. E invece no, perché scoprirà l’amore per la produzione dei vini e per la vita del mercante, sempre in viaggio, quindi abbandonerà l’armatura da guerriero e la vita del navigante per indossare normali abiti borghesi!

Il resto della storia non lo svelerò, ma dirò che è in quel cambiare di volta in volta identità, diventando, da principe-fabbro, Dàinn (“colui che è morto”), poi Giuseppe, poi Messer Giuseppe, ecc., in questa continua metamorfosi del protagonista sta la particolarità di un testo che basa tutto se stesso su aspetti metaculturali e metaletterari dal comportamento onirico.

Proprio riguardo la continua mescolanza di tradizioni pagane e cristiane l’autore precisa, nell’introduzione al testo: «Questo romanzo non vuole arrecare offesa né ai baroni della cultura, né tanto meno ai custodi della tradizione. È un misto di dati storici ed invenzione, insomma un gioco dell’immaginazione. I suoi capitoli iniziali volutamente freddi, contorti, lenti, foschi cercano i raggi del sole per intrecciarli e remare con essi fino all’approdo sulle coste della Puglia dove i suoi molteplici aspetti esaltano il colore».

L’autore definisce il romanzo «un elaborato fantasioso di dati storici, fatti strani, tradizioni di Puglia» e «il frutto di ricerche in archivi, biblioteche sull’origine dei cognomi, sui personaggi pittoreschi e ancora sui vini, le ricette della cucina della nostra terra». È anche un atto d’amore verso la città di Bari, descritta come «bella, assolata, umida, mitica e nel contempo orgogliosa» afferma Annella Andriani, autrice della prefazione, aggiungendo: «Lo stile scorrevole e pittorico crea in chi legge la visione dei luoghi, ma anche i profumi dei cibi, del mare, e lo invitano a visitare e/o ripercorrere vicoli e viuzze».

L’idea, in realtà, è nata leggendo un testo di Luigi Sada, I Tabernacoli dell’onesto peccato, un vademecum dei forni e cantine di Puglia. In quel testo, tra le tante cantine, si cita quello di Peppino Ficchetto (così sopranominato perché non si faceva gli affari suoi). Attorno a questo personaggio l’autore ha costruito tutto il resto della storia.

Piero Fabris è autore di racconti come Gessetti per tratti incerti (1990) e Testa persa. Dialogo con Rosaluna (1991), entrambi della Ladisa; la fiaba su Castel del Monte, Un seme di sole che divenne fiore di pietra (2009), edito dalla Palomar; testi teatrali come Rosa Hrand…agio, dedicato al poeta cosmogonico Hrand Nazariantz; e recentemente il romanzo Voglio togliere l’acqua del mare (2015) e la raccolta di fiabe, Fiabe in sassi e salsedine ovvero il Tavoliere delle fiabe e cicoria (2017), edizione illustrata, entrambi editi dalla FaLvision.

 

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