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Antigone, storia e fortuna di un mito: «come ogni classico, è sempre una riscoperta»

di Anita Malagrinò Mustica

la prof.ssa Paradiso introduce la prof.ssa Paola Ingrosso protagonista della conferenza dedicata ad Antigone per l’anteprima della Notte Nazionale del Liceo Classico (foto di Anita Malagrinò Mustica)

Martedì 17 dicembre 2019, a partire dalle ore 17:00, la professoressa Paola Ingrosso, docente di Drammaturgia Greca e Storia della Lingua greca al DISUM (Dipartimento di Studi Umanistici) dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, è stata la protagonista di una splendida iniziativa organizzata dal Liceo Classico “Platone” di Cassano delle Murge. Nell’auditorium “Maria Lassandro” dell’IISS “Leonardo da Vinci” si è tenuta, infatti, l’Anteprima della “Notte nazionale del Liceo Classico”, evento di grande interesse culturale che, arrivato alla sesta edizione, si terrà il 17 gennaio 2020.

L’ospite, attesa e piacevolmente ascoltata da un pubblico attento ed eterogeneo, ha incentrato la sua presentazione su uno dei personaggi più enigmatici, controversi, ambigui e allo stesso tempo amati della tragedia greca. La storia di Antigone, nella sua immensa drammaticità, appartenente alla saga dei Labdacidi, fu eternata, in primo luogo, dai più grandi tragediografi greci (Euripide e Sofocle), per poi continuare, nella sua esemplarità, a sopravvivere nei cuori di altre menti estremamente geniali, che, con il loro impulso creativo, le hanno permesso di farsi portatrice dei cambiamenti più sconvolgenti della storia umana.

Dopo una breve introduzione della prof.ssa Paradiso ed alcune emozionanti letture da parte degli studenti del liceo, la professoressa Ingrosso si è soffermata sulla definizione di classico, usufruendo delle celeberrime parole di Italo Calvino a riguardo.

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che deve dire. Ogni classico è una riscoperta. Non si finisce mai di rigenerarlo. Offre spunti sempre nuovi e diversi, adattandosi continuamente alle varie esigenze. Antigone, nel corso della storia, è stata rivisitata diverse volte e sempre in maniera differente. Questo non è, certamente, un fattore casuale. Un classico è tale per la sua estrema duttilità. Poniamo domande ai classici e riceviamo risposte da essi. Un classico è, per questo, sempre attuale. Non stupisce, quindi, che “Antigone” continui ad essere, a distanza di secoli, il titolo di romanzi la cui trama è apparentemente distante dalla vicenda a noi nota, ma capace, in verità, di ispirarla. Ed ecco che Antigone torna inspiegabilmente a rivivere in un rione multietnico alle porte di Londra, tra famiglie musulmane giunte qui cercando un riscatto nell’integrazione, nell’ambizione, nell’illusione della guerra santa, come accade in “Io sono il nemico” della scrittrice pakistana Kamila Shamsie. E questo è solo uno degli esempi più recenti che vedono Antigone occupare le moderne pagine dei libri. Antigone portava in sé, già nel testo sofocleo, un’ambiguità che è stata studiata con viva curiosità nelle varie epoche storiche» afferma la professoressa Ingrosso.

Al centro della tragedia Sofoclea vi è un tema caro alla letteratura di ogni tempo: il destino del corpo del nemico ucciso. Antigone decide di dare sepoltura al corpo del fratello Polinice, contravvenendo a Creonte, re di Tebe. È questa azione a rendere Antigone un’eroina, facendo sì che divenga il simbolo di un’umanità che, pur di perseguire ciò che ritiene giusto, viola le leggi, mettendo a rischio la propria stessa vita.

la prof.ssa Paola Ingrosso (foto di Anita Malagrinò Mustica)

«La tragedia di Sofocle ritorna quotidianamente ad imporci di guardarci attorno, di notare quante Antigoni possano esistere nelle situazioni più svariate. Dall’Ottocento ad oggi, il mito non è rimasto semplicemente un mito. È divenuto una chiave di lettura del presente. Dopo l’esperienza dei totalitarismi, in particolar modo, Antigone assume sfumature sempre più politiche. Brecht, ad esempio, nella sua opera, all’indomani dell’esperienza devastante del Terzo Reich, racconta, adoperando una serie di metafore, la storia di Tebe, identificabile con la storia della Germania. Nell’Antigone di Brecht, infatti, si parla di uno stato in esaltata espansione e guidato da Creonte, l’alter ego di Hitler. Il coro dei tebani non è altro che la borghesia tedesca, responsabile di aver sostenuto l’ascesa di Hitler. Antigone, in questo caso, è la donna che combatte, rappresenta la Resistenza al dittatore, che, con la sua piccola azione di una portata, però, universale, riesce a dimostrare la fragilità di un impero fallacemente indistruttibile. L’Antigone di Brecht è colei che smaschera gli inganni del potere» continua la professoressa Ingrosso. «Lo scrittore tedesco Rolf Hochhuth racconta, ne L’Antigone di Berlino, la vera storia di Rose Schlösinger, impiccata dai nazisti per aver cercato di seppellire il corpo del fratello, che aveva combattuto al fronte, aveva fatto esperienza dell’inadeguatezza dell’esercito tedesco e aveva manifestato la sua opposizione al regime nazista. Il corpo del giovane che, inevitabilmente, era stato giustiziato, era stato destinato a studi di anatomia, come quasi tutti i corpi dei nemici di uno stato raccapricciante. Il corpo del fratello di Rose era stato completamente disumanizzato. Era ritenuto un oggetto destinato a fare bella mostra di sé negli istituti di anatomia per essere utilizzato da medici e studenti per esperimenti di ogni natura. Rose era riuscita a sottrarre il corpo del fratello ai nazisti e a seppellirlo, di nascosto, nel cimitero monumentale. Scoperta, fu inevitabilmente uccisa e a processarla fu il padre del suo fidanzato, che, appresa la notizia, si uccise. Ogni volta che c’è un corpo, quindi, Antigone diventa presente. Dopo la seconda guerra mondiale, nella seconda metà degli anni ’60, i sopravvissuti iniziarono a raccontare e a scrivere della loro esperienza nei lager. Vennero scritte, in quel momento, centinaia di Antigoni. Charlotte Delbo, attrice e membro della resistenza francese, deportata ad Auschwitz, raccontò di come recitare i versi di Antigone l’avesse salvata dalla pazzia in quel luogo infernale. Scrisse che in nessun luogo l’Antigone ebbe la forza che ebbe ad Auschwitz. Nel campo di sterminio era negata ogni l’umanità, la pietà per i corpi, che venivano accatastati di privati di una qualche minima dignità. Lì, lo spettro di Antigone cercava, certamente, di resistere a tutto ciò che negasse la pietà, a tutto ciò che fosse disumanizzante. Insomma, nel dopoguerra Antigone significa scrivere, ricordare, studiare. Si seppellisce il dramma scrivendo e si scrive di Antigone.

Negli anni di piombo, poi, Antigone assunse i connotati di una ribelle. Divenne l’emblema della rivoluzionaria per eccellenza e, così, divenne pericoloso metterla in scena. Venne a rappresentare una sovversiva. Grete Weil, in Mia sorella Antigone, raccontando delle campagne terroristiche, racconta di sé e della sua esperienza di ebrea integrata nel Consiglio ebraico e successivamente costretta a vivere in clandestinità. Antigone, in questo contesto, rappresenta tutto ciò che Grete non è stata. Grete non ha avuto il coraggio di opporsi alle barbarie che si consumavano sotto i suoi occhi.

Antigone è colei che dice no. Antigone è colei che si oppone, in tutte le epoche. È un vero classico, perché incarna il lato positivo e quello negativo dell’umanità. Solo il classico permette un’accurata conoscenza della natura umana, permettendo di affrontare anche l’ombra barbara di un io irrimediabilmente frantumato».