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Fiabe in sassi e salsedine di Piero Fabris

di Lorena Liberatore

Le fiabe più conosciute basano il loro storico successo su un principio: porsi a disposizione e uso della famiglia. Tale principio è rigorosamente rispettato in questa raccolta, tanto da echeggiare le parole «perché la famiglia allargata si ritrovi in quella cerchia domestica dove si impara a socializzare e a essere riservati, dove si impara a ritrovare quell’intimità casalinga che la frenesia urbana tende a frantumare e a distogliere dall’essenza del nostro vero essere».

Le fiabe non sono soltanto un semplice mezzo per insegnare sani valori alla comunità del futuro: attraverso di esse il condividere l’ascolto è già seme o sostanza in fieri d’un modo di vivere, condividere e tramandare; appartenenti a una società che ha regole ben precise, tradizioni, modi di fare e stare insieme le cui radici ci vengono offerte nella loro essenza storica attraverso fatti e situazioni – per l’appunto condivisi e tramandati. In questo meccanismo d’apprendimento giovani e giovanissimi hanno l’importante compito di trasmettere a loro volta la tradizione.

In “Fiabe in sassi e salsedine, ovvero il Tavoliere delle fiabe e cicoria” il vero protagonista è l’essere umano, il suo percorso personale, la sua interiorità, in breve gli aspetti più positivi e preziosi del suo esistere. L’uomo infatti, in quanto persona che lavora, si affanna, sogna, lotta, sia come singolo sia come componente di una comunità, è risorsa umana e perciò è degno di vestire i panni d’un moderno eroe.

Consapevole che i primi e più importanti destinatari delle fiabe – bambini e ragazzi – hanno un bagaglio terminologico ridotto, Fabris usa parole nuove o talvolta poco usate nella nostra moderna e frenetica società – in alcuni casi anche rapidi accenni a parlate e dialetti della Puglia – al fine di suscitare curiosità ed arricchire il linguaggio oltre che l’immaginario. In virtù di tutto ciò, proprio il linguaggio con cui si racconta ha un’importanza primaria.

Ad aiutare l’autore nei suoi intenti, stilistici e comunicativi, subentrano elementi fantastici, magici e misteriosi – strumenti d’ogni scrittore di fiabe e non solo – perfettamente malleabili. Il concetto di tempo in tale genere letterario non è scientifico, bensì morale, e questo conferisce piena libertà d’azione per personaggi e vicende narrate.

Non mancano riferimenti alle fiabe più conosciute, come Cigni selvatici, La regina delle nevi, Il compagno di viaggio, La Bella addormentata nel bosco o Pollicino. Su queste solide basi si poggiano poi come pilastri riferimenti alla tradizione di folklore, miti e leggende d’Italia. Di quest’ultima compaiono anche alcuni territori del meridione che in diverse fiabe fungono da ambientazione – le Gole del Raganello, il Monte Calvo e il Monte Spigno del Gargano, le Grotte di Castellana – e talvolta un’antica onomastica: il mare di Hatria allude al mare Adriatico il cui nome deriva da quello della città di Atri – anticamente chiamata Hadria e in seguito Hatria.

Anche in virtù di ciò, forte e sentita è l’esigenza del Fabris di non limitarsi a una semplice descrizione, che deleghi sommariamente ogni spiegazione alla fantasia o a quei poteri magici e misteriosi di cui dispongono quasi tutti i personaggi delle fiabe, ma di conferire ai lettori specifici strumenti d’immaginazione attraverso descrizioni dettagliate, precise, soprattutto da un punto di vista tecnico e conoscitivo. Così il pianeta del Guardastelle può finalmente rigenerarsi, sconfiggendo la superbia umana – come nelle migliori tradizioni fiabesche – grazie ad una chiave, ma non una qualunque, bensì una «chiave della vita»: un Ankh, ovverosia una croce ansata o l’antica croce egizia simbolo per eccellenza di vita. Allo stesso modo, i doni concessi al protagonista di La semplice storia del principe cieco e di fiore fuggente sono una piuma d’aquila –  simbolo di coraggio -, una ghianda immensa – simbolo di vita, prosperità e immortalità -, e  un sassolino di quarzo – luce interiore, forza ed equilibrio.

È sempre in virtù della stessa esigenza descrittiva che il contenuto del sacchetto magico donato da Biancadicapo viene ironicamente svelato nella sua semplicità – camomilla, passiflora, tiglio, melissa, valeriana e biancospino! E di ironia, che ammicca bonariamente e con simpatia al lettore, ve n’è in tutto il volume, come tanti sassolini lasciati per strada. Compito di chi legge è raccoglierli e usarli come strumenti del gioco narrativo.

La simbologia pervade buona parte dei testi. Non a caso sede della fata in I lupi della selva d’argento, rifugio e protezione per il protagonista di Angioletto danz e ridi, portale o passaggio per raggiungere il mondo fatato di Cipperland – il regno delle piume e della tenerezza – e postazione privilegiata d’osservazione in La figlia della foresta di querce è l’albero dal tronco cavo, simbolo di rigenerazione e rinascita, nonché grembo materno della terra.

Inoltre, non è un caso che la torre d’osservazione in Il fiore della rigenerazione si erga «tra le acque del cielo e quelle della terra», partendo da una base quadrata che «come un cono» svetta verso l’alto. Centoventisei gradini conducono alla sua sommità: una vasca che esala vapori e al cui centro è raffigurata una stella a cinque punte. La base di tale struttura è quindi un quadrato, e il suo vertice mozzato conduce a una sorta di vasca della vita dal potere ri-generativo – in questo caso attribuito in modo particolare all’intelletto e a un sapere rispettoso del cosmo e del suo ordine. Non solo, la base di tale struttura si trova all’interno di un immaginario cerchio e da essa – dai suoi lati – partono quattro raggi che si irradiano verso i punti cardinali «come quattro strade».

Neanche questi elementi compaiono per caso, infatti il cerchio, che rappresenta la dimensione intellettuale e spirituale, si riferisce al cielo in rapporto alla Terra, come al ciclo perenne della vita e di tutto ciò che è materia; e proprio il suo centro è il punto dal quale si dipartono i raggi e al quale contemporaneamente convergono, simbolo quindi del principio da cui tutto trae origine e cui tutto ritorna. L’unione tra cerchio e quadrato, ovvero l’inscrizione del secondo nel primo, rimanda invece alla Terra la quale dipende dal cielo per il proprio ciclo vitale, e alla loro stessa armonia – descritta nella fiaba Cielo e terra. 

E ancora, in La figlia della foresta di querce il protagonista giunge all’interno di un tempio circolare: un thòlos esagonale rivestito di tasselli turchesi. Anche in questo caso si descrive una sorta di portale magico in comunione con la natura e l’universo.

Alla luce di queste rapide e sintetiche osservazioni si può comprendere come il principio – ormai desueto – secondo cui le fiabe siano solo una forma di intrattenimento per bambini è una considerazione imprecisa e sommaria. Esse sono uno scrigno dai contenuti storici, morali, psicologici, educativi e non solo, carico di significati adatti ad un pubblico eterogeneo: ad ognuno giunge un livello di significato a suo modo originale e ricco, prezioso per i più giovani come per ogni possibile lettore – che sia più ingenuo o lungimirante – in grado di apprezzare con semplicità o  vedere al di là della più semplice trama narrativa.