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Francesco Manfredi presenta “Promenade Bechet”: omaggio al clarinettista Sidney Bechet e all’hot jazz

di Vito Surico

“Promenade Bechet”

«Si tratta di musica un po’ vecchiotta, è un progetto musicale sicuramente anacronistico. Ma d’altronde questa era la mia idea, questo era il mio desiderio, e sicuramente questa è la musica “non classica” che sono in grado di suonare in questo momento. Ma questa è anche la musica che mi piace da sempre! E quindi, va bene anche se non è musica moderna».

In un post su Facebook, pubblicato il 22 febbraio scorso, Francesco Manfredi presentava così, «con molta soddisfazione ed un pizzico di orgoglio», il suo primo progetto musicale (ideato, progettato e completamente autoprodotto, con il supporto della “Jazz, Friends”): è “Promenade Bechet”, un omaggio a Sidney Bechet, un disco, ma ancor più un progetto che lo stesso Manfredi definisce «filologico».

Il CD, uscito il 19 marzo scorso, è in vendita a 10,00 € presso “Il Papiro” (a Cassano delle Murge in via Capitan Galietti, 22), il “CIM – Centro d’Incontro Musicale” (nelle sedi di Cassano in via Marconi e di Sannicandro di Bari), il “Bass Flow – Strumenti musicali e accessori” (a Santeramo in Colle in via Ferorelli, 8) e “Arte e Musica” (a Matera in piazza Sedile, 21): «è un progetto un po’ culturale oltre che musicale – spiega Francesco Manfredi – dedicato a un jazzista, clarinettista, poi diventato sassofonista di New Orleans, Sidney Bechet, che muove i primi passi nei primi decenni del ‘900».

Un’idea “anacronistica”, dunque, in un mondo musicale che continua a sperimentare e innovarsi, ma Francesco Manfredi resta “fedele” ai suoi studi, ai suoi gusti musicali, alla sua passione: «Bechet – afferma – è stato forse il primo clarinettista di hot jazz, di jazz tradizionale, che io da studente del Conservatorio ho ascoltato».

Gli stessi studi e la stessa passione che hanno consentito a Manfredi di costruire una carriera musicale già di altissimo livello: ha studiato clarinetto al Conservatorio di Bari e non ha mai abbandonato l’associazione musicale cassanese “Santa Maria degli Angeli” (di cui è stato anche vicepresidente) che gli ha consentito di approfondire gli studi parallelamente a quelli “classici”. Poi il lavoro come primo clarinetto nella Fondazione Lirico-Sinfonica del Petruzzelli fino alle note vicende che hanno costretto molti musicisti alla cassa integrazione.

Francesco Manfredi

Francesco Manfredi ha voluto proseguire sulla strada tracciata dai suoi studi dando corpo a questo progetto: «ho dovuto intraprendere la carriera da “lavoratore autonomo”, riordinare le idee e trovare nuovi stimoli. Dopo una vita di studi classici, anni di attività professionale a livelli abbastanza alti, quando ti ritrovi a non farlo più cominci a porti delle domande. L’unica cosa che mi permetteva di trovare stimoli, di continuare a studiare ogni giorno era cambiare linguaggio e cambiare idea di pensare alla musica. Ho deciso di approfondire seriamente lo studio del jazz. Ho studiato in Francia, con un clarinettista che mi ha aiutato molto: avrei potuto studiare con qualsiasi jazzista di alto livello, come ce ne sono tanti anche qui (vedi Gaetano Partipilo, che è anche un amico d’infanzia), ma cercavo un clarinettista, un vero clarinettista che potesse suonare con me il clarinetto e l’ho trovato in Francia: per un anno, ogni mese ho fatto due giorni di lezione. Questa esperienza mi ha chiarito molte idee. Poi ho continuato a studiare qui: ho seguito un corso con Gaetano Partipilo al Teatro Forma. E mi sono un po’ perfezionato».

Fino al punto di maturare, negli ultimi quattro-cinque anni, l’idea di realizzare un progetto autonomo, dedicato al musicista-clarinettista «che più mi ha ispirato nel corso del mio percorso di crescita. Sento di poter dire la mia nel mondo del jazz tradizionale (classico, non moderno e d’avanguardia) perché suono il clarinetto (strumento presente nel jazz tradizionale, strumento principe e se vogliamo indispensabile) e perché negli anni è la musica che più mi ha emozionato e ispirato. E anche perché riesco a mettere in pratica lo studio che ho fatto e continuo a fare».

Sidney Bechet

“Promenade Bechet”, come dice il titolo, è una passeggiata nella carriera di Sidney Bechet. Il disco contiene dodici tracce più due bonus track: un progetto musicale, culturale e storico che ripercorre, attraverso la musica, la vita di Bechet quasi in ordine cronologico con brani del clarinettista creolo (“Bechet’s Fantasy”, “Petit Fleur”, “Spreadin’ Joy”, “Promenade aux Champs-Elysees”, “Dans la rue d’Antibes”, “Si tu vois ma mère”) e brani che ne hanno segnato la carriera (“Roses of Picardy” di H. Wood, “Blues my naughty sweetie gives to me” di C. McGarron, “The song of songs” di H. Vicars, “Summertime” di G. Gershwin, “Ode to Bechet” di B. Wilder) e “At the Jazz Band Ball” dell’Original Dixieland Jazz Band) registrati in sessione live al “Pentagramma” di Bari e in studio presso un auditorium di Cisternino.

«Vorrei che questo progetto parlasse di Sidney Bechet anche a persone non avvezze a questo genere. Se ascoltiamo Bechet – spiega Manfredi – nelle sue registrazioni, nei suoi lavori, ha un impatto fortissimo sull’ascoltatore perché suonava con un vibrato incredibile, con uno stile tutto suo che all’epoca era nuovissimo. L’improvvisazione è il fulcro del jazz e il suo stile improvvisativo era nuovo: miscelava l’improvvisazione totale con accenni al tema. Ho quindi voluto fare un lavoro che rispettasse lo stile di questo musicista e delle band dell’epoca».

“Promenade Bechet”

Per farlo, Manfredi ha dovuto fare anche un lavoro certosino nella scelta degli strumenti e della band: le band di hot jazz erano quasi sempre un sestetto (con la sezione ritmica formata da batteria, pianoforte o chitarra e contrabbasso o basso tuba e una sezione di fiati formata da clarinetto, tromba e trombone). In “Promenade Bechet”, invece, abbiamo un quintetto con alcune “innovazioni”: la chitarra e il benjo di Michele Biancofiore, la tromba di Mino Lacirignola, la tuba di Alessio Anzivino e la batteria di Michele Fracchiolla.

E proprio Anzivino e Fracchiolla sono altri due talenti cassanesi che Manfredi ha fortemente voluto nel suo progetto: «Alessio Anzivino, oltre che un amico, è sicuramente uno dei più grandi tubisti pugliesi. Michele Fracchiolla ha svolto un grandissimo lavoro di ricerca sul modo di suonare dei jazzisti dell’epoca e studiando la composizione delle batterie, avvalendosi anche di una batteria vintage».

Alessio Anzivino

«Conosco Francesco da una vita – afferma Alessio Anzivino – dai tempi dell’Associazione Musicale “Santa Maria degli Angeli”. Un’importante tappa di crescita e formazione nel mio cammino, di cui Francesco era una colonna portante. Abbiamo condiviso mille esperienze musicali e suoniamo insieme jazz tradizionale, in piccole formazioni, in giro per la Puglia e non solo, dal primo momento in cui ho preso la mia tuba in mano. Francesco ha sempre avuto un innato talento che, in un momento di cambiamento della sua carriera e vita, ha deciso di far crescere nella direzione del jazz “antico” e dei suoi sogni. Dopo anni di bellissime esperienze ha deciso di dare vita a questo suo progetto, coinvolgendo le persone che hanno sempre accompagnato il suo cammino nell’ambito del jazz tradizionale. La chiamata ad un progetto musicale la intendo come una convocazione per i Mondiali: sei scelto per dare il meglio per te e, soprattutto, per la squadra. Veder realizzare un sogno è sempre bello, esserne parte, insieme a grandi musicisti, è una serendipica felicità. Suonare Bechet è un qualcosa che ti costringe a pensare alle origini, a studiare ed imparare ad essere essenziale. Partecipare a questo progetto è stato un modo di potersi mettere in gioco, cercando di tirar fuori l’energia ed il trasporto della Musica di quel periodo e dar voce all’idea musicale di Francesco. È stato un modo per produrre una traccia tangibile, nella speranza di donare emozioni, insieme ad amici che hanno fatto parte del mio cammino fatto di note».

Michele Fracchiolla

«Francesco mi ha proposto questa idea mentre stavamo registrando un disco con la Petruzzelli Swing Orchestra – aggiunge Michele Fracchiolla – e per me suonare con lui è  sempre un piacere, per la sua professionalità, la sua serietà, la sua grande passione per la musica, ed è proprio la voglia di fare musica che ci unisce e ci accomuna da sempre. Ho accettato fin da subito la proposta di collaborare al progetto “Promenade Bechet” considerata la mia passione per lo swing tradizionale anni 20. Sono diversi anni che studio questo genere, sia a livello interpretativo  che stilistico. La ricerca del suono e degli strumenti stessi mi affascina tantissimo: la stessa è avvenuta attraverso lo studio di libri e cercando sul web batteristi noti e anche poco conosciuti che sono stati importanti nello sviluppo dello swing tradizionale. Fondamentale è stato anche lo studio degli strumenti utilizzati per capirne i suoni, i materiali con cui venivano costrutti all’epoca. In un periodo in cui la musica attuale ha un “sapore” di elettronica, di effetti che mutano i suoni veri di uno strumento, noi abbiamo voluto fortemente assaporare le vibrazioni naturali degli strumenti. Nel mio caso l’elemento naturale del pioppo, materiale con cui venivano  costruiti i tamburi in quel periodo, ha dato un valore in più alla bellezza dei suoni. Ringrazio fortemente Francesco e gli altri splendidi musicisti di grande professionalità per aver condiviso e contribuito alla realizzazione di questo fantastico progetto “Promenade Bechet”».

Francesco Manfredi e la sua band stanno già portando “Promenade Bechet” in giro con concerti molto partecipati e di grande successo, con la speranza di riuscire a suonarlo anche a Cassano delle Murge, magari in una delle piazzette del centro storico. Poi si potrà pensare al futuro: «ho ancora tanto da fare, la strada da percorrere è ancora lunga nel mondo del jazz tradizionale. Sono un perfezionista e sono molto autocritico: il mio rapporto con la musica, con lo strumento, è quasi viscerale. Cerco sempre la perfezione. Voglio continuare a suonare il clarinetto, possibilmente sempre meglio. Anche se musicisti giovani, siamo ancora legati al jazz classico, tradizionale. Semplicemente perché ci piace e io, da sempre, ho voluto fare la musica che mi piace fare. Ho tanto da migliorare su questo genere ma credo di poter dire la mia».

Quello che è certo, per ora, è che la scena musicale cassanese può arricchirsi di un ulteriore fiore all’occhiello. Di sonorità tradizionali capaci di far sognare e regalare quelle emozioni che solo la musica sa regalare.