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Giuliana Petruzzellis, giovane medico cassanese in Piemonte: «non abbassiamo la guardia. Facciamo uno sforzo tutti quanti»

«Ho deciso di scrivere queste parole, che si aggiungeranno a tante altre che sono state dette, perché sentivo il dovere di fare informazione». Giuliana Petruzzellis, giovane medico cassanese che, a seguito di concorso pubblico di una ASL piemontese, è contrattista a gettone presso l’ambulatorio dei codici a bassa intensità del Pronto Soccorso dell’Ospedale Degli Infermi in Rivoli, in provincia di Torino.

È proprio l’informazione che si cerca disperatamente in questi giorni: siamo di fronte, infatti, a un virus entrato prepotentemente nella nostra vita quotidiana cambiando le nostre abitudini e la nostra vita sociale. Cambiamenti necessari affinché si provi a fermare il contagio da un virus nuovo e che provoca non poche incertezze.

Non solo nelle persone comuni, ma anche negli addetti ai lavori che, da più di un mese ormai, stanno sacrificando il loro tempo in prima linea per curare e assistere le persone contagiate.

È soprattutto da loro che arriva l’appello a comportarsi in maniera responsabile per il tempo che sarà necessario ad arginare e, si spera, sconfiggere il prima possibile il coronavirus.

Giuliana, come molti suoi colleghi, è anche lei impegnata a far fronte a un’emergenza che è ormai nazionale: turni di lavoro incerti, disposizioni che cambiano continuamente. “Armati” dei dispositivi di protezione individuale e dal desiderio di aiutare a sconfiggere il coronavirus. Ma anche per cercare di dare la giusta informazione.

È per questo che abbiamo chiesto a Giuliana Petruzzellis l’autorizzazione per pubblicare il suo post (scritto con l’aiuto “social” di Luca Bardi) che riportiamo di seguito integralmente.

Ciao a tutti, mi chiamo Giuliana, sono un medico e lavoro in un Pronto Soccorso in Piemonte.

Ho deciso di scrivere queste parole, che si aggiungeranno a tante altre che sono state dette, perché sentivo il dovere di fare informazione. Uno dei motivi per cui ho deciso di diventare medico è anche questo, condividere la scienza e spero di risultare comprensibile.

Nelle ultime due settimane si sono susseguiti numerosi momenti di confusione, anche da parte di chi deve prendere le decisioni e deve dare indicazioni precise. Non starò qui a sindacare la giustezza di alcune scelte, dei ritardi o dell’incompletezza con cui sono state prese e comunicate.

Fin dall’inizio ci avevano detto che questo virus, che ci sta facendo rivedere le certezze in cui viviamo, non doveva essere una fonte di timore per noi in Italia. E a questo tutti quanti noi abbiamo voluto credere. Anche io, ammetto, ho sperato che rimanesse confinato lontano dalla nostra realtà quando a fine gennaio ho iniziato a leggere le direttive ministeriali precauzionali da applicare nella pratica clinica. Il virus doveva metterci in allerta ma senza panico ed eravamo tutti d’accordo. Conoscevamo ben poco del Covid-19 e mi sento di ringraziare tutti coloro che da subito hanno condiviso le informazioni scientifiche in merito, iniziando a lavorare su questo patogeno che genera una infezione che tutti, sotto sotto, temevamo diventasse epidemica.

Poi il contagio è arrivato in Italia. Interi comuni sono stati messi in quarantena, nelle cosiddette “zone rosse”, le scuole sono state chiuse e tutto questo avrebbe avuto più senso se fossero state messe a tacere certe retoriche fin troppo ottimistiche. A quel punto anche lì ho sperato che questo argine potesse bastare, ma si è sopravvalutato un aspetto importante dell’animo umano, ovvero la paura e il panico di un nemico invisibile ed insidioso, che ha portato persone lontane a ricongiungersi ai propri cari in giro per il nostro paese contemporaneamente al diffondersi silenzioso del virus, forte dei suoi 14 giorni di incubazione asintomatica. Inutili i richiami all’ordine, al seguire le indicazioni, perché se mischi paura, incertezza, panico, ignoranza, egoismo a delle non chiare indicazioni da parte del mondo politico e ad un sovraccarico mediatico fatto di allarmismi e fake news, in brevissimo tempo si è arrivati al contagio di 9000 individui, ad oggi.

Ho osservato con estrema attenzione e forse fin troppa apprensione questa evoluzione e mi sono informata. Sul mio luogo di lavoro, per me e gli altri operatori, all’inizio era facile distinguere il Covid-19 dalle altre sindromi influenzali, in quanto bisognava accertarsi che il paziente non provenisse dalla Cina o dalle zone rosse italiane e non fosse stato a contatto con qualcuno contagiato. Inoltre sono pochi i dati clinici che ci permettono di approfondire quelli che si possono reputare “casi sospetti”. Se da un lato saliva il senso di ansia, cresceva anche il desiderio di capirci qualcosa e questo è quello che ho umilmente capito. Le mie fonti sono articoli del mondo scientifico e l’esperienza di chi cura la gente da più tempo di me.

  1. Il virus SARS-CoV-2 è un nuovo coronavirus che fa parte della famiglia dei (beta)coronaviridae, che a novembre ha fatto un salto di specie e ha acquisito una modificazione della sequenza genetica che lo ha reso virulento per la specie umana, non soltanto per i pipistrelli come lo era fino ad allora, causando in essi una sindrome acuta respiratoria, la Covid-19 (dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata).
  2. Esso causa una lesione specifica delle cellule respiratorie (non come il virus dell’influenza) per cui la sua attrazione per l’enzima polmonare “ACE-2”, di cui si “nutre”, lo rende più pericoloso per tutti coloro che hanno una quantità di questo enzima maggiore: anziani e chi vive in zone ad alto inquinamento atmosferico.
  3. Creando una infiammazione a livello alveolare viene meno la funzione di membrana alveolocapillare; mano a mano la distruzione degli alveoli causa edema e rigonfiamento degli interstizi polmonari (fibrosi) che causa quella che leggerete in giro come “ALI” (Acute Lung Injury) e quindi “ARDS” (Acute Respiratory Distress Syndrome). Questo è un distress funzionale respiratorio: gli alveoli sono infiammati, non permettono più lo scambio di gas e i tessuti vengono ventilati male, fino ad andare in ipossia (riduzione del livello dell’ossigeno nei tessuti). Si instaura quindi una Polmonite Interstiziale bilaterale. Ecco perché i sintomi più preoccupanti sono la febbre (reazione all’infiammazione) e affanno.
  4. Diventa più che logico che se ad iniziare a respirare male sono persone con alla base altre patologie, si aggrava tutto il delicato equilibrio organico. Persone immunocompromesse (esempi pratici: BPCO, persone che assumono cortisonici per patologie croniche reumatologiche, pazienti oncologici, pazienti affetti da malattie infettive croniche, pazienti con malattie croniche infiammatorie intestinali che assumono terapia immunosoppressiva, pazienti in dialisi), persone che hanno un livello proinfiammatorio maggiore (obesi, diabetici, ipertesi), persone con patologie organiche polmonari (tumori, asma, enfisema), persone anziani pluripatologici, ecc. Tutti questi soggetti hanno un rischio AUMENTATO di: ridotta reazione infiammatoria del sistema immunitario per cui i meccanismi aspecifici di difesa (es: febbre) reagiscono meno e fanno proliferare prima il virus con una più veloce progressione verso ALI che necessita di un supporto ventilatorio esterno. Per curare questi polmoni servono macchinari specifici che si trovano nelle terapie intensive e non sono infiniti.

Dobbiamo aggiungere che:

  1. È un virus che non conosciamo.
  2. Pare che sia contagioso da 2-3 giorni fino a 14 giorni dopo il contatto diretto con una persona che abbia ricevuto il contagio, anche se non si hanno i sintomi.
  3. Pare che il contatto prolungato ad un soggetto con una sintomatologia più grave esponga un rischio maggiore di contrarre il virus, che ti infetta se si toccano mucose orali e non avviene una igiene precisa almeno delle mani e delle superfici dove può rimanere fino a 9 ore.
  4. Pare che la trasmissione avvenga attraverso i droplets, che sono le miniparticelle aeree che quando parliamo, starnutiamo o tossiamo, mandiamo in giro e che hanno un raggio di azione di 1,8 m.
  5. Pare che non crei sintomatologie gravi nei giovani qualora contagiati, per cui è più facile che da asintomatici o poco sintomatici fungano da “untori”.
  6. Non ci sono dati certi sul fatto che modificazioni nella sequenza genica del virus possano dare conseguenze più gravi. Non sappiamo cosa può cambiare in un mese.
  7. Pare che in situazioni gravi si possano usare farmaci antivirali usati per l’HIV mentre si stanno studiando protocolli terapeutici di supporto.
  8. Pare che gli unici mezzi per contrastare la diffusione del virus siano gli stessi utilizzati nel XIV secolo durante le epidemie di peste: l’isolamento.

Detto questo, ritengo giuste le misure restrettive attuate fino ad ora. Perché ignorare l’indicazione di non uscire di casa se non strettamente necessario? Perché non capiamo che stiamo vivendo una situazione di emergenza al momento nazionale ma che potrebbe diventare ben presto europea e mondiale?

Non dobbiamo pensare che essendo giovani, un eventuale contagio non possa provocarci la morte. Dobbiamo pensare alla comunità in cui viviamo, allontanare egoismo e individualismo e pensare alla salute di tutti, degli operatori sanitari, di chi è in salute e di chi è esposto a un maggior rischio, i nonni ma anche i nostri genitori. Come loro ci vedono sempre bimbi, noi non li dobbiamo pensare sempre giovani.

Facciamo uno sforzo tutti quanti. Le direttive servono a evitare il propagarsi senza freno del contagio e a rendere minori i danni di sanità pubblica che sono nulla in confronto ad un breve periodo di “sacrifici”. In due mesi la Cina sta tornando a vivere grazie alla collaborazione di tutti, i contagiati e i morti stanno diminuendo e i guariti stanno aumentando.

Facciamo uno sforzo, non disobbediamo ai messaggi che le amministrazioni e gli operatori stanno cercando di veicolare. Ovunque voi siate, impegnatevi ad annoiarvi in casa, privilegiate la distanza interpersonale, non andate dai nonni, non andate nei luoghi affollati, non prendete mezzi pubblici e quando il virus arriverà nel suo picco di contagio massimo, fate quello che vi diranno le istituzioni e se non sarà abbastanza, fate quello che vi dice il buon senso per il bene comune.

Forza.