fbpx

Gridando forte senza aver paura, contando 100 passi lungo la tua strada. “L’ECO” ricorda Peppino Impastato

di Anita Malagrinò Mustica

“La mafia è una montagna di merda”: le parole di Peppino Impastato campeggiano su uno striscione nella sede de “L’ECO – il rumore del cambiamento” in piazza Moro

Passeggio per i campi
Con il cuore sospeso
Nel sole.
Il pensiero,
avvolto a spirale,
ricerca il cuore
della nebbia.

(Peppino Impastato, Amore non ne avremo)

Questi versi, raffinati e leggiadri, spasmodici e spezzati, rappresentano al meglio l’inquietudine, l’irrequietezza, la frenetica energia e la passione di chi li ha forgiati, di chi ha impresso il suo tratto nervoso sul foglio per consegnare alla morte una goccia di splendore e incidere sul nostro presente, ancora macchiato di sangue, l’indelebile traccia di un sogno reciso, ma mai completamente svanito.

Peppino Impastato, nato nella terra dei vespri e degli aranci, aveva negli occhi la voglia di cambiare e una sete di Giustizia che lo portò a ripudiare il suo passato familiare, ostentatamente e orgogliosamente mafioso, e a divincolarsi dalla stretta della paura. Aveva un cognome difficile da portare, sporco di viltà e ignoranza, ma paradossalmente rispettato e onorato nel paesino di Cinisi, a due passi da Palermo. Cacciato di casa dal padre per non essersi adeguato alle abitudini familiari, Peppino avvia un’attività politico-culturale di sinistra ed antimafia, fondando il giornalino “L’idea socialista” e aderendo al PSIUP. Ricopre il ruolo di dirigente alle attività dei gruppi comunisti e prende a cuore le lotte dei contadini, attivandosi per fornire loro il proprio sostegno. Peppino, però, non perde di vista il suo obiettivo principale: denunciare apertamente i crimini dei mafiosi della sua città, squarciando il velo del silenzio che opprime i suoi concittadini e denigrando il capomafia Gaetano Badalamenti, definito sarcasticamente “Tano Seduto” dal giovane giornalista. Fonda, così, Radio Aut, svelando, nel programma Onda pazza a Mafiopoli, gli affari di Badalamenti, deridendolo senza ritegno ed esibendo, in tal modo, il proprio coraggio.

Nel 1978, Peppino si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni provinciali, ma prima di godere la vittoria meritatamente conquistata, venne assassinato, nella notte tra l’8 e il 9 maggio, in piena campagna elettorale. La stampa, le forze dell’ordine e la magistratura parlarono, inizialmente, di un atto terroristico, in cui l’attentatore, riconosciuto in Peppino Impastato, sarebbe rimasto ucciso. Successivamente, si parlò di un suicidio, in seguito al ritrovamento di una lettera che, però, non lasciava minimamente trapelare una tale tragica intenzione. Solo grazie a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, e alla madre Felicia Bartolotta, venne individuata la matrice mafiosa del delitto, oscurato dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro, in via Caetani, a Roma (9 maggio 1978).

nell’auditorium “Maria Lassandro” dell’IISS Leonardo da Vinci la proiezione de “I cento passi”. In foto: Gianfranco Lanzolla de “L’ECO” (in piedi) e il prof. Luciano Aprile (alla cattedra). Alle loro spalle il volto di Peppino Impastato

In occasione del 41° anniversario della sua morte come vittima innocente di mafia, i ragazzi del movimento giovanile “L’ECO – Il rumore del cambiamento”, giovedì 9 maggio 2019, in collaborazione con l’IISS “Leonardo da Vinci” di Cassano delle Murge, hanno ricordato Peppino mediante la proiezione de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, film di impegno civile per non dimenticare un grande uomo. I cento passi separano la casa della famiglia Impastato da quella del boss Badalamenti e, idealmente, misurano la distanza tra la realtà malavitosa e la stanca quotidianità della gente comune.

«Avevamo pensato di proiettare il film in sala consiliare, ma abbiamo scelto di proiettarlo a scuola poiché riteniamo che debba essere il cuore pulsante del territorio, un luogo che non si limiti alle lezioni, ma che sia sempre capace di infondere cultura, cultura etica, non nozionistica, e di fornire strumenti per affrontare la realtà e per guardare con occhi attenti tutto quello che ci circonda», spiegano i ragazzi del movimento. «E per fare questo, il territorio deve comunicare attivamente con la scuola, permettendo un interscambio. La scuola può fare ciò quando tutte le sue parti si attivano.

Siamo qui per parlare di un ragazzo, di un rivoluzionario, un figlio del ’68, che ha deciso di ribellarsi alla quotidianità, alla normalità della sua famiglia e di lottare con tutti gli strumenti a disposizione contro la criminalità organizzata. Oggi siamo chiamati tutti a far in modo che la lotta di Peppino e di tanti altri come lui non sia vana, e dobbiamo farlo attivamente, con consapevolezza e coraggio. Dobbiamo diffondere la cultura della legalità, imparando a riconoscere dove la criminalità organizzata si annida. Dobbiamo avere il coraggio di combatterla, perché la mafia uccide, il silenzio pure».

Dopo l’appassionato intervento del prof. Luciano Aprile e la conseguente proiezione del film, i ragazzi de “L’ECO” si sono soffermati nell’analisi del manifesto di Radio Aut e sulla funzione rivoluzionaria che l’attività radiofonica avrebbe voluto avere nelle intenzioni di Peppino. Nonostante la scarsa e deludente partecipazione, il dibattito, incentrato sul confronto tra l’impegno politico negli anni ’70 e l’indifferenza odierna, ha fatto emergere riflessioni profonde, sicuramente determinate dalle emozioni scaturite dalla visione del film.