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«Il più audace dei pensatori moderni». Luciano Canfora presenta “Il sovversivo. Concetto Marchesi e il Comunismo Italiano”

di Anita Malagrinò Mustica

“Il Sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano”, l’ultimo libro di Luciano Canfora (Editori Laterza)

“In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione, quando questo ci sia, tutto risorgerà quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà, quello che fu giustamente sperato. Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti.”

È il 9 novembre 1943. Si sta vivendo, inutile precisarlo, una delle fasi più disastrose e sanguinarie della guerra. Per la nazione, infatti, a partire dall’8 settembre, si aprì un periodo tragico e drammaticamente indimenticabile, che segnò il paese in maniera indelebile. Dopo l’annuncio dell’armistizio, l’Italia precipitò nel caos. Badoglio non aveva dato nessuna istruzione ai militari per predisporre le difese di Roma e della penisola dai tedeschi. La fuga del re e del governo verso Brindisi, per porsi sotto la difesa degli Alleati appena sbarcati in Puglia, fu vissuta come un tradimento. Le truppe italiane sbandarono e Roma cadde nelle mani dei nazisti. A settentrione, poi, Mussolini, liberato il 12 settembre 1943 a Campo Imperatore da un commando tedesco aviotrasportato, diede vita alla Repubblica sociale italiana (Rsi) e al Partito fascista repubblicano (Pfr). Nasceva la cosiddetta Repubblica di Salò, Stato fantoccio sotto tutela nazista.

In tale rovinoso scenario, l’università di Padova si apprestava, nonostante tutto, ad aprire il suo 722° anno accademico. C’è un particolare, però, che non può essere assolutamente trascurato: a dover pronunciare il discorso inaugurale fu il rettore Concetto Marchesi, grande latinista, ma soprattutto noto comunista e antifascista. Fu nominato il 1° settembre dal governo Badoglio con l’obiettivo di defascistizzare l’ateneo, ma pochi giorni dopo accadde l’imprevisto. L’inaugurazione dell’anno accademico divenne, così, il primo plateale gesto di contestazione al nuovo regime, così come alla monarchia, che per più di vent’anni aveva dato il suo appoggio al fascismo.

Nell’Aula Magna, piena di docenti, studenti e curiosi, pochi studenti con l’uniforme della milizia repubblicana volevano che l’inaugurazione diventasse un momento di richiamo alle armi e all’impegno con il nuovo Stato di Mussolini. Pare che Marchesi e il prorettore Meneghetti, entrati in toga nella sala, li scacciarono energicamente dall’Aula. Nel silenzio fremente di attesa e di tensione, poi, il rettore poté pronunciare il suo discorso, semplicemente impensabile in un contesto inevitabilmente nazifascista.

Le poche righe soprariportate, parte finale di un discorso accorato ed irriducibilmente politico, non rendono giustizia ad un personaggio che, tra luci ed ombre, si è imposto emblematicamente nel panorama politico e culturale italiano.

L’ultima fatica letteraria di Luciano Canfora, storico e filologo classico, è incentrata, infatti, sul Marchesi. Si tratta di un monumentale apparato monografico che, mediante l’accurato studio di vari documenti, ricostruisce le vicende biografiche, istituzionali, politiche ed intellettuali di un uomo che ha incarnato un’epoca tutt’altro che semplice da sezionare, studiare e comprendere appieno. L’opera, dal titolo “Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano”, è stata presentata dal professor Canfora a Bari, presso la libreria Laterza, martedì 22 ottobre 2019, assieme a Giacomo Annibaldis e Pasquale Martino.

L’autore ha ripetuto, in diverse occasioni, di aver intrapreso il lavoro per rimediare ad una situazione aberrante, che, nella fattispecie, riguarda lo studio della storia del fascismo e il mancato interesse per la storia del comunismo italiano. Inoltre, l’interesse per Marchesi è scaturito dallo studio sullo storico Sallustio, al centro dell’attenzione dello studioso catanese. L’opera, quindi, è un prodotto collaterale di uno studio su Sallustio che il professor Canfora conduce da molto tempo. «C’è, dunque, una ragione politica esplicita, ma ce n’è anche una di studio».

Concetto Marchesi è stato uno dei pochissimi grandi e veri conoscitori della letteratura latina. La sua Storia della letteratura latina, in due volumi, resta uno strumento insuperato dal punto di vista della competenza del suo curatore. Marchesi, infatti, aveva letto tutti i testi degli autori latini e, inoltre, avvertiva la necessità di guardare al passato con gli occhi del presente, per trarre insegnamenti dalla storia. Marchesi, poi, come più volte ribadito, riflette profondamente sul fenomeno del cesarismo, che in quegli anni si realizzava pienamente nelle sue forme più moderne.

Tuttavia, per comprendere la figura di Marchesi, occorre una lettura critica, senza gli orpelli di facili apologie. Molti, infatti, hanno da sempre messo in evidenza i momenti opachi della storia di questo personaggio, per i quali è necessario uno scavo profondo. Anche durante il corso della serata, si è accennato al rapporto di Marchesi con la dittatura fascista.

martedì scorso, 22 ottobre, il prof. Luciano Canfora ha presentato, alla libreria Laterza di Bari, il suo ultimo lavoro “Il Sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano”. In foto, da sinistra: Giacomo Annibaldis, Luciano Canfora e Pasquale Martino (foto di Agata Otranto)

Occorre ricordare che, tra il 1925 e il 1926, il fascismo si autolegittimò con la promulgazione delle leggi fascistissime o leggi eccezionali del fascismo, che portarono all’arresto dei deputati comunisti e alla messa fuori legge degli altri partiti. Dopo l’effettiva liquefazione delle altre forze  politiche, i comunisti portarono avanti una lotta clandestina con altissimi rischi, coordinandosi anche a livello internazionale. Nel volume è ben spiegato come, fino al 1930, Marchesi abbia tenuto un atteggiamento di aperto dissenso con il regime. Infatti, soprattutto in ambiente accademico, mentre molti professori adottarono uno spiccato servilismo nei confronti delle cosiddette scadenze bimillenarie, che portavano il regime ad appropriarsi di particolari ricorrenze per veicolare determinati messaggi e distorcere gli intenti di vari autori e opere letterarie, Marchesi, invece, a più riprese, intervenne con articoli, pubblicati specialmente sulla rivista Pegaso, per affermare il ribrezzo per tali attitudini. Nel 1931, però, si presentò la necessità di compiere una scelta. Molti professori universitari, infatti, subirono il trauma di un infimo giuramento imposto e ricattatorio, che doveva rappresentare un atto di formale adesione al regime fascista. Non pronunciare il giuramento significava perdere la cattedra, il posto di lavoro e il salario. Non c’è da stupirsi, quindi, se su milletrecento professori universitari, soltanto undici non giurarono.

Concetto Marchesi prestò giuramento.

Luciano Canfora, chiaramente, cercando di distogliere i lettori dalla tentazione di condannare a priori le scelte di Marchesi, che, in prima analisi, apparirebbero incomprensibili e fortemente esecrabili, riconduce questa scelta al fenomeno dell’entrismo.

Essendoci, all’epoca, pochissimi professori comunisti, Marchesi sceglie di rimanere all’interno dell’ambiente universitario per monitorare delle operazioni che, con il rifiuto del giuramento, non sarebbe stato possibile portare a compimento. Certo, con il senno di poi, appare complicato distinguere tra chi realmente fece entrismo e chi, invece, adoperò la definizione in questione come alibi per evitare accuse di collusione con la dittatura fascista. Ritornando al caso specifico di Marchesi e alla sua tattica, occorre far riferimento ad una conferenza che si tenne a Perugia il 1° ottobre del 1942 e a cui Marchesi partecipò, nell’ambito di un ciclo di incontri promosso  dal MinCulPop. Il punto della conferenza, riguardante Tacito e alquanto imbarazzante per un antichista di tal fatta, si dimostrava molto indulgente nei confronti della retorica di regime, ma, in quegli anni, Marchesi era stato incaricato di portare al re, tramite emissari vicini alla principessa di Piemonte, un messaggio da parte del partito. Nonostante la partecipazione ad iniziative apertamente fasciste, quindi, Marchesi rimaneva un punto di riferimento per i comunisti italiani. Di conseguenza, adoperò l’entrismo come arma clandestina per operare direttamente in ambito istituzionale.

Il professor Canfora, poi, si sofferma anche sulle dinamiche che portarono alla rottura con il partito. Come già ricordato, Marchesi fu nominato rettore dell’università di Padova il 1° settembre 1943 dal governo badogliano. Dopo l’armistizio e la nascita della Repubblica di Salò, il partito gli ingiunse di lasciare il rettorato. Marchesi stesso, più volte, cercò di far recapitare le sue dimissioni al Ministro dell’Educazione Nazionale Biggini, ma queste gli furono puntualmente rifiutate. In un momento così delicato e complicato per la storia italiana, quindi, Marchesi decise di rimanere rettore a Padova e, nonostante i vari attriti con il partito comunista, fondò il Comitato di Liberazione Nazionale veneto nel rettorato, assieme a Silvio Trentin e al farmacologo Egidio Meneghetti. Quando, però, i nazifascisti emanarono un mandato di cattura nei suoi confronti, egli, prima di riparare a Milano per poi raggiungere la Svizzera, si appellò agli studenti della sua università affinché aderissero alla lotta partigiana. È bene ricordare che Concetto Marchesi firmò l’appello in qualità di rettore! Anche da esule nel Ticino, tra mille difficoltà, Marchesi riuscì a patteggiare con i servizi segreti inglesi consistenti aiuti per i partigiani italiani e, in particolar modo, per i garibaldini. Fu questa sua perseveranza a garantirgli, al ritorno in Italia, ruoli immediatamente direttivi.

Il professor Canfora, instancabilmente, sottolinea poi l’insopprimibile ardore del Marchesi nel ribadire il costante pericolo del ritorno del fascismo in forme nuove, in forme diverse, ma ugualmente devastanti. Il fascismo non è un lebbroso che possa guarire, è la lebbra. Il fascismo è una bestia in agguato, un morbo di oscurità mortifera che spira sulle paure e le debolezze della società e, sfortunatamente, viviamo in un’epoca in cui questa appare come una profezia veridica, come l’ultimo e disperato appello del Sovversivo.