di Giuseppe Locorriere

Angiolino Locorriere (a destra) con un commilitone (foto Giuseppe Locorriere)

Angiolino Locorriere (a destra) con un commilitone (foto Giuseppe Locorriere)

Stamattina leggevo l’articolo che dà la notizia della lapide che a 70 anni dalla Liberazione ricorderà anche nel nostro paese “…il 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, con gli onori ai Caduti militari e civili, ai Deportati ed agli Internati nei lager, ai Combattenti per la Resistenza e per l’Italia libera…”.

È indubbio il ringraziamento che tutta la cittadinanza deve nei confronti di questa iniziativa  e nei confronti della “Fondazione Albenzio Patrino di cultura e cooperazione europea”, leggevo anche alcuni commenti di lettori che spesso animano dibattiti e confronti e proprio ieri anch’io mi sono permesso di esprimerne uno:

«La parte più bella di questa ricorrenza sta proprio nella possibilità che tutti quanti, di opinioni opposte, divergenti, contrastanti, di diverse opinioni politiche… tutti hanno l’opportunità di esprimere, quello che per 20 anni è stato vietato al popolo italiano… ed io voglio continuare a difendere questa conquista che uomini e donne 70 anni fa hanno fatto per questo popolo.

Loro ci hanno dato la possibilità di scegliere… il resto l’ha fatto il popolo italiano… nel bene e nel male assumendosi la responsabilità».

Stamattina invece ho pensato di riportare per quello che ricordo dei racconti di mio padre fatti di tanto in tanto e quando aveva la necessita di confrontare la vita passata durante la guerra e quella presente.

Mio padre è stato uno di quei tanti giovani che a 19 anni fu chiamato in guerra insieme ad altri suoi due fratelli di cui uno, “il grande”, spedito sul fronte russo non è più tornato vivo, se non, una decina di anni fa, in una piccola cassetta… peraltro a Grumo, paese di origine, a lui è dedicata una strada; mentre mio padre fu fatto prigioniero con tutto il suo reparto a Merano nel ’43 dopo l’8 settembre ed internato nei campi di lavoro di Birkenau… lui diceva, in Prussia orientale.

A scanso di equivoci dico subito che il mio genitore non è mai stato un “rivoluzionario” né tantomeno un comunista che mangiava i bambini, magari come lo sono stato io, e forse neanche contro la monarchia, anzi se proprio la devo dire tutta, era un democristiano di quelli veri, come tutti quelli del dopoguerra dove la passione politica era “vera”.

… E cosa raccontava…

… Che suo padre, socialista, nonno che non ho avuto il piacere di conoscere, non si presentava mai alle adunanze del sabato fascista e che spesso era costretto a stare fuori di casa per evitare “le purghe” di olio di ricino.

IMG_0001… I maltrattamenti e le umiliazioni che ricevevano con cinghiate e supplizi a temperature proibitive  ad ogni piè sospinto… durante la prigionia…

… Fame tanta fame… Recuperare qualche patata… e “mettere nel sacco il gatto” significava recuperare tanta energia…

E poi diceva… «Le botte che prendevamo noi erano niente nei confronti di cosa o visto fare alle donne e agli uomini  ebrei»… E qui si fermava e non raccontava altro.

Ancora… «quando sono arrivati i russi che c’hanno liberati, a noi italiani ci lasciavano stare e ci davano da mangiare… ma quando acchiappavano qualche tedesco…».

E poi tanta paura e le tante volte della morte scampata…

E ogni volta concludeva… «Fiill mi’ quand’è brutt la guerr… speriam cha na’ ven chiu’…» rivolgendosi a me e a mio fratello Nicola.

Potete anche pensare che sia una raccolta inventata, ma vi assicuro, per rispetto a mio padre oramai deceduto, una persona semplice, questi concetti erano i suoi sentimenti e li ho riportati nella massima fedeltà.

Sono anche convinto che Cassano ha tante storie inedite da raccontare per testimoniare le atrocità della guerra.

W la Liberazione. W il 25 aprile.

 

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