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L’emergenza nell’emergenza: la violenza domestica ai tempi del Covid-19. L’approfondimento del PD di Cassano

di Vito Surico

un frame dalla videoconferenza organizzata dal Partito Democratico di Cassano delle Murge per parlare di violenza domestica. Un dettaglio del video diffuso dall’APS “Sud Est Donne” su YouTube. A sinistra, dall’alto: Angela Lacitignola, Enza Battista e Raffaella Casamassima

Il quarto approfondimento online del Partito Democratico di Cassano delle Murge è dedicato ad uno dei temi più importanti in relazione alla situazione che stiamo vivendo: la violenza domestica.

L’argomento, già in tempi più “tranquilli”, è di sicura rilevanza poiché maltrattamenti e femminicidi sono purtroppo all’ordine del giorno. «L’isolamento e la convivenza forzata a cui siamo sottoposti a causa del coronavirus – ha spiegato in apertura del video pubblicato sulla pagina Facebook del PD la segretaria Enza Battista – si rivelano ancora più difficili per chi vive situazioni delicate ed è importante riflettere anche sulle implicazioni psicologiche che ne potrebbero derivare. La quarantena forzata potrebbe mettere ancora più a rischio i milioni di donne che, in Italia, sono quotidianamente vittime di violenze domestiche».

Enza Battista ha discusso dell’argomento con Angela Lacitignola, referente dei Centri Antiviolenza dell’Ambito territoriale di Grumo Appula (al quale fa capo anche il Comune di Cassano delle Murge) e presidente dell’associazione “Sud Est Donne” che gestisce Centri Antiviolenza nelle province di Bari e Taranto, e con Raffaella Casamassima, avvocata cassanese presidente dell’associazione “No More – Difesa Donna”, da anni impegnata a sostegno delle donne vittime di violenza sul territorio di Cassano.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, Battista ha mostrato il video pubblicato su YouTube proprio dall’APS “Sud Est Donne” per la campagna antiviolenza della Regione Puglia che, ha spiegato la dott.ssa Lacitignola, «serve a valutare il pericolo attraverso delle domande» che possono aiutare le donne vittime di violenza ad individuare comportamenti e aspetti a cui prestare particolare attenzione.

Lacitignola ha dunque evidenziato come nei primi 15-20 giorni dell’emergenza sanitaria ci siano state poche richieste di aiuto: «in alcuni Ambiti – ha spiegato – c’è stata una riduzione del 50%, in altri (compreso l’ambito di Grumo Appula) non è arrivata nessuna chiamata. È seguito un aumento con il passare dei giorni (nel nostro ambito si sono registrate quattro chiamate)».

I Centri Antiviolenza non hanno interrotto le proprie attività e le operatrici sono reperibili 24 ore su 24 anche via WhatsApp: «facciamo consulenza telefonica per tutte le donne che ne hanno bisogno – ha aggiunto Lacitignola – e gestiamo telefonicamente gli interventi. Dove necessario possiamo anche recarci presso le Forze dell’Ordine con i dovuti dispositivi di protezione individuale. I Centri Antiviolenza, inoltre, grazie alle note di indirizzo emanate dalla Regione Puglia, possono prendere la disponibilità di strutture ricettive in cui far trascorrere alle donne i giorni di quarantena prima di inserirle in case-rifugio e abbiamo riscontrato la grandissima disponibilità delle strutture ricettive che sono entrate nella rete poi comunicata alle varie Prefetture».

Insomma, i Centri Antiviolenza si sono attivati tempestivamente e hanno ottenuto anche una «grandissima collaborazione da parte di tutti (assessori, assistenti sociali). È come se l’emergenza ci avesse fatto attivare di più. Sta nascendo una prassi operativa nuova. Si può contare anche sulla collaborazione di Protezione Civile e Polizia Locale».

Ovviamente non mancano le criticità, ha affermato la dott.ssa Lacitignola, evidenziando come è più complesso gestire le richieste di aiuto di ragazze dai 16 ai 18 anni.

Un altro aspetto importante, come ha sottolineato l’avvocata Casamassima, è quello dei “primi accessi”, di riuscire «a stabilire un’alleanza con le donne visto che i colloqui sono prevalentemente telefonici».

«Le chiamate ai nostri numeri di emergenza – ha spiegato la dott.ssa Lacitignola – arrivano per lo più dalle Forze dell’Ordine. In una piccola percentuale sono le donne che ci chiamano. Per tutte le chiamate l’alleanza si è stretta. La difficoltà è per loro di continuare a chiamarci: spesso le donne fanno fatica a trovare il momento per continuare quel rapporto telefonico di videochiamata con le operatrici perché i maltrattanti sono in casa. Anche fare una chiamata in “tranquillità” diventa molto difficile. Questo è però quello che possiamo fare ora. Ci dobbiamo adattare alla convivenza con questo virus e inventarci strumenti, strategie le più efficaci possibile».

Sono tanti gli aspetti di cui tener conto. Non c’è solo la violenza fisica ma anche quella psicologica ed economica: «abbiamo pensato ad una campagna di sensibilizzazione rispetto agli stereotipi che tendono a minimizzare la violenza, anche a individuarla e a chiamarla con il giusto nome (violenza psicologica e violenza economica). Poi si ha sempre l’illusione che la violenza fisica porti a femminicidio, mentre la violenza psicologica no. Ma non è così. Anche la violenza psicologica può portare al femminicidio, senza alcune avvisaglie precedenti di violenza fisica».

C’è poi il problema legato ai percorsi di autonomia che le donne che si sono rivolte ai Centri Antiviolenza hanno avviato e che hanno dovuto interrompere a causa dell’emergenza sanitaria: «avrà ricadute psicologiche che saranno poi da gestire. I danni della violenza, aggravati dai danni del Covid, sono particolarmente complessi per le donne che vivono in queste situazioni. La restrizione apre scenari importanti. Molte donne che hanno cominciato un percorso di autodeterminazione rivivono i tempi di una “schiavitù psicologica” dovuta al maltrattamento».

E questo è solo uno degli aspetti che i Centri Antiviolenza saranno chiamati a gestire nel “dopo-Covid”: «le donne non si possono abituare alla violenza – ha risposto la dott.ssa Lacitignola ad una domanda di Enza Battista – poiché il pericolo che tutte le donne stanno attraversando in questo periodo è un pericolo di tornare indietro rispetto a una democrazia paritaria. Perché tutte queste misure restrittive un po’ stanno “dando addosso” alle donne, come in una sorta di ritorno al focolare domestico: tutta la cura dei figli, della casa, è sulle spalle delle donne. Potrebbero tornare stereotipi culturali che sono alla base del pericolo. Tante donne, in questo periodo si saranno rese conto di che tipo di relazione stanno vivendo. Dopo ci saranno da gestire situazioni che sono maturate in questo periodo e che magari hanno creato consapevolezza. Poi bisognerà ripristinare i nodi della rete che abbiamo costituito sul territorio. E dobbiamo lavorare sulla nostra cultura, sui nostri stereotipi».

Come quello della “famiglia del Mulino Bianco” come ha evidenziato l’avvocata Casamassima: «ci sono situazioni familiari che con l’idea stereotipata di famiglia nulla hanno a che vedere», ha affermato. «Immaginiamo, ad esempio, cosa può essere per i bambini che già vivono situazioni di disagio o maltrattamenti, cosa può voler dire per loro sopportare e subire ansia, paura, depressione, insonnia, che in questo momento sono tra i principali effetti psicologici. Bisogna chiedere aiuto. Rivolgersi ai Centri Antiviolenza, ai servizi sociali ma anche alle Forze dell’Ordine. Dovrebbero farlo anche i vicini se a conoscenza di situazioni di disagio che possono essere amplificate dal forte stress a cui siamo sottoposti. Il “restare in casa” per tanti è una condanna. È importante denunciare. Non è più tempo di voltarsi dall’altra parte», ha concluso la presidente dell’associazione “No More – Difesa Donna” che, durante la videoconferenza, ha spiegato anche quali sono gli strumenti che la legge offre per la tutela delle donne vittime di violenza.