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«Prevenzione, solidarietà, educazione alla legalità»: dalla dipendenza da gioco d’azzardo si può guarire

di Vito Surico

l’intervento dell’avv. Attilio Simeone durante l’incontro “Sembrava solo un gioco”. Al tavolo, da sinistra: mons. Alberto D’Urso, l’assessora Maria Pia D’Ambrosio e il parroco della Chiesa Madre don Francesco Gramegna

Immaginate di poter ricoprire la distanza che separa la Puglia dalla Norvegia con dei gratta e vinci: quasi 3.000 km di tagliandi che promettono vincite stratosferiche, case, vacanze da sogno. Ma di tutti quei biglietti solo cinque risulterebbero vincenti.

Eppure siamo bombardati da pubblicità che ci garantiscono la realizzazione dei nostri sogni semplicemente grattando con una moneta su un biglietto. Entriamo in un bar o in un negozio di tabacchi e siamo sommersi da giochi che vogliono “regalarci” denaro. Personaggi famosi e amatissimi anche dai ragazzi si prestano a sponsorizzare questo tipo di giochi.

Poi si comincia con poco, si vince, magari poco, si ritenta, si perde e si vuole recuperare. E si continua a farlo. Finché non si entra in un circolo vizioso che porta dritti dritti nelle braccia degli usurai. Si diventa dipendenti del gioco. E ci si rovina. Ci si ammala.

Sì, ci si ammala, perché il gioco d’azzardo è una malattia, una patologia, silenziosa e invisibile.

Una malattia dalla quale, però, si può guarire anche grazie all’aiuto di un’intera comunità o di tanti volontari che silenziosamente accolgono e accompagnano chi vuole uscire da questa insidiosa spirale.

In giorni di festa come quelli che Cassano si appresta a vivere con la Madonna degli Angeli, la Parrocchia Santa Maria Assunta ha voluto organizzare momenti di riflessione e il primo, intitolato “Sembrava solo un gioco”, tenutosi ieri sera in piazza Moro, è stato dedicato proprio al gioco d’azzardo.

Don Francesco Gramegna ha introdotto l’avvocato Attilio Simeone, membro del comitato antiusura al Ministero dell’Interno che ha esordito con i numeri: stando ai dati del 2016, 9,8 miliardi di euro è quanto lo Stato incassa dal gioco d’azzardo; 96 miliardi di euro l’anno è, invece, quanto si spende in gioco d’azzardo; 150 mila euro l’anno è quanto un giocatore s’indebita; in Puglia, tra gioco d’azzardo legale e illegale, si spendono oltre 9 miliardi di euro. Numeri da capogiro sui quali, ha affermato l’avv. Simeone, «non possiamo chiudere gli occhi. Anche le Amministrazioni Locali sono chiamate a fare il loro dovere poiché sono l’ultimo baluardo nella tutela della persona e spesso non hanno gli strumenti per far fronte alle difficoltà dei cittadini. Dobbiamo tornare alla responsabilità delle scelte perché quei numeri non riguardano solo chi gioca, ma anche chi non ha mai giocato». Serve ricostruire il tessuto familiare di chi è un giocatore d’azzardo, ricostruirne le relazioni sociali, perché chi gioca resta solo e finisce tra le braccia degli usurai e della criminalità organizzata.

«I concessionari dei gratta e vinci sanno bene cosa hanno sottratto alla società: lavoro, soldi, casa… e cercano di ridarlo in maniera virtuale inventando sempre nuovi giochi. Ma dobbiamo tornare a pensare – ha concluso l’avv. Simeone – che il lavoro si fa con braccia e testa, non con una monetina su un gratta e vinci».

Chi quotidianamente si impegna per aiutare persone che entrano nella spirale del gioco d’azzardo è la Fondazione Antiusura San Nicola e Santi Medici Onlus, presieduta da mons. Alberto D’Urso, direttore dell’Oasi Santa Maria di Cassano, presente all’incontro di ieri.

in piazza Moro l’incontro “Sembrava solo un gioco” organizzato dalla parrocchia Santa Maria Assunta. Da sinistra: l’avv. Attilio Simeone, Agostino, mons. Alberto D’Urso, l’assessora Maria Pia D’Ambrosio e il parroco della Chiesa Madre don Francesco Gramegna

Mons. D’Urso ha letto ai presenti in piazza la lettera con cui invita i bar a rimuovere le macchinette prima di introdurre Agostino, pensionato che, grazie alla Fondazione, è riuscito a guarire dalla malattia del gioco d’azzardo. Testimonianza toccante e tragica quella di Agostino: ha perso la moglie nel 2006, l’anno dopo è andato in pensione con una liquidazione di tutto rispetto. Un giorno compra una ricarica per il cellulare e, per puro caso, anche un gratta e vinci: è l’inizio della fine. Una vittoria di 1.000 euro subito “reinvestiti” nel gioco. Persi e rivinti. Un circolo vizioso, appunto. Fino a dover fare cinque finanziarie per starci dentro con i soldi, fino a quando quei soldi non sono finiti. E allora entrano in gioco “quelle persone”, così le chiama Agostino: «quelle persone non le ho cercate io. Si sono offerte loro. Loro sanno tutto, sanno tutti i tuoi problemi, ti osservano. E si sono proposti di aiutarmi. Ho capito che quei debiti non avrei mai potuto pagarli, perché continuavo a giocare per restituire quei soldi. Ho tentato due volte il suicidio, ho venduto la casa e ho ricominciato. Poi ho trovato il coraggio di parlarne con don Alberto. Da 7 anni sono nel gruppo di autoaiuto. Ora sono io che aiuto gli altri, ma non è facile: ho visto morire tre persone a causa del gioco d’azzardo. È facile togliersi la vita, ma devastante per chi resta».

«Posso dirvi solo una cosa – è il messaggio conclusivo di Agostino – siete fortunati se non giocate. E se dovesse capitarvi, e doveste vincere, non ritirate la vincita. Quei soldi tornano sempre in cassa».

Disperazione fino al gesto estremo, povertà, separazioni, solitudine. Tutti “figli” del gioco d’azzardo. Ma questo male si può combattere, ha affermato mons. D’Urso con «la prevenzione, la solidarietà e l’educazione alla legalità». E se la Chiesa è vicina alle istituzioni e alle persone per aiutare, per battere questo male si parte dalle scuole: da una recente indagine svolta dalla Fondazione Antiusura su 600 ragazzi dai 13 ai 19 anni sono emersi dati allarmanti. In molti già giocano, l’84% di coloro che giocano hanno uno scarso rendimento scolastico, per il 25% di loro il gioco d’azzardo può addirittura essere una fonte di reddito. È su questo modello che bisogna agire!

il tagliando da consegnare ai bar che mons. Alberto D’Urso ha consegnato a don Francesco

Ma le istituzioni cosa possono fare? «Nessuna promessa – ha affermato l’assessora Maria Pia D’Ambrosio, presente all’incontro in rappresentanza dell’Amministrazione Comunale – ma possiamo impegnarci a far partire una campagna di sensibilizzazione e possiamo fare di tutto per fare arrivare la solidarietà e l’aiuto di tutti i nostri compaesani alle persone che entrano in questi giri». Sì, perché Cassano non è immune da gioco d’azzardo e usura, come emerso da quanto affermato da mons. D’Urso: sono diverse le famiglie cassanesi che si rivolgono alla sua Fondazione e pertanto mons. D’Urso ha consegnato all’assessora una lettera da recapitare alla sindaca affinché anche il nostro Comune dia il proprio contributo alla Fondazione e a don Francesco dei tagliandi da distribuire nei bar su cui si legge “NO slot, SÌ caffè” affinché la sensibilizzazione parta dai luoghi più frequentati del paese. È emersa, durante l’incontro, anche la possibilità di creare un regolamento comunale che possa porre dei limiti alla diffusione del gioco d’azzardo sul nostro territorio (che riguardino la distanza dai luoghi frequentati dai ragazzi o gli orari di apertura al pubblico, eccetera).

Ma se questo tipo di incontri sono poco partecipati? «Non importa – ha concluso don Francesco, parroco della Chiesa Matrice – quello che conta è che siamo convinti nel cammino che vogliamo intraprendere. Chi c’è si faccia operatore di giustizia e parli con gli altri».

Ed è quanto accadrà nei prossimi incontri di questa settimana di avvicinamento alla Festa Patronale organizzati dalla Parrocchia: domani si parlerà di famiglia con la proiezione del film “Perfetti sconosciuti”; venerdì verranno accolti i partecipanti alla XXXVII Marcia francescana e lunedì 31 luglio sarà la volta di “Popoli in festa”. Perché la Festa è di tutti!