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Quale “genere” di comunicazione? Secondo appuntamento di No More – Difesa Donna

di Lorena Liberatore

(foto di Lorena Liberatore)

Si è tenuto ieri il secondo appuntamento di No More – Difesa Donna, alle ore 19.00, presso la Sala del Palazzo “Miani-Perotti” di Cassano delle Murge: una conferenza dal titolo Quale “genere” di comunicazione?

Un interessante appuntamento riguardante gli stereotipi nella comunicazione dei media, introdotto da Giovanni Brunelli, caporedattore del network La voce del Paese, che ha presentato gli ospiti (Rossella Matarrese, Consigliera dellʼOrdine dei Giornalisti della Puglia, Gian Vito Cafaro, giornalista “Chi lʼha Visto?”, e la Dott.ssa Angela Lacitignola, coordinatrice del Centro Antiviolenza LI.A. dell’Ambito Sociale di Zona di Grumo) ed ha spiegato brevemente come le parole dei media hanno un forte potere sul nostro immaginario. Proprio per tale ragione, più forte è la responsabilità di chi vi lavora. Quanta consapevolezza c’è, fra gli operatori della comunicazione, che le parole usate possono totalmente cambiare il modo di intendere e razionalizzare un fatto accaduto? A questa domanda si è risposto in una piacevole e serena atmosfera.

L’influenza sull’immaginario rischia di essere, nella maggior parte dei casi, negativa. Ne sono un esempio quei titoli di giornale che descrivono un caso di violenza o un brutale omicidio come il risultato di “un impeto di ira” o, peggio, di “gelosia”. Ma focalizzare su una possibile causa emotiva o sulla perdita di controllo che una gravissima condizione di rabbia può determinare, non concentra l’attenzione sulla gravità di azioni che hanno come unica parola rappresentativa femminicidio, e che nascondono in sé altrettanto gravi meccanismi psicologici e cieca ignoranza. Concentrare l’attenzione su aspetti fuorvianti, quindi, o che non descrivono per niente l’evento di cui si parla possono erroneamente scatenare nel lettore come nello spettatore una tendenza a legittimare o sminuire, o a costruire ulteriori stereotipi. Due comportamenti del tutto diseducativi, mentre i media hanno l’importante compito di educare.

È anche vero che gli operatori della comunicazione debbano rispettare regole e necessità che possono rendere il loro stesso lavoro paragonabile a un circuito chiuso, le cui tempistiche sono serratissime. Un semplice titolo di un articolo non potrà mai racchiudere in sé tutto il vero significato di una storia, o di un argomento trattato, ma nella sua sinteticità dovrà offrire un tema e contemporaneamente attirare l’attenzione del lettore. In maniera simile le esigenze televisive imporranno i loro serrati, e talvolta crudeli, meccanismi di informazione e interesse.

A tal riguardo, la convenzione di Istanbul parla di linee guida che dovrebbero definire il corretto lavoro dei mass media, al fine di prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto. Tali linee guida purtroppo non sono state mai emanate, il Quadro Strategico Nazionale contro la violenza, in via di emanazione, dà delle direttive: secondo le quali le tv pubbliche dovrebbero essere sottoposte a monitoraggio, rispetto all’utilizzo di parole come a quello di immagini.

Durante la conferenza, Gian Vito Cafaro ha sottolineato come la cosa più importante, in realtà, è la “qualità della comunicazione”: «a mio avviso dovremmo parlare non solo di come raccontano i media il fenomeno della violenza di genere, ma di cosa possono fare per la comunicazione preventiva (voglio definirla con questo neologismo)». Sottolinea come chi lavora sulla carta stampata ha maggiormente l’esigenza di sintetizzare gli argomenti. Ma una trasmissione televisiva come “Chi l’ha visto?” ha la possibilità di dedicare a un singolo tema circa dieci minuti, e spesso lo si affronta nuovamente nel corso delle puntate ottenendo una sorta di “sviluppo seriale”, è questo il caso di Elena Ceste, per esempio. «Quando si parla tanto c’è il rischio di cadere nell’aspetto pruriginoso, di andare al di là del caso».

(foto di Lorena Liberatore)

A questo punto la domanda spontanea e scontata è: come si comportano i cronisti nei confronti della comunicazione di genere? O, meglio, quando si “fa bene” e quando “si fa male”? Lo stesso Cafaro riconosce come le esigenze di audience e di mercato possano portare, in qualche modo, a esagerare, ma esistono anche situazioni in cui si cerca di approfondire in maniera professionale, e di «aiutare quelle vittime di violenza che chiedono aiuto» agli operatori dell’informazione televisiva. Come agisce allora la comunicazione preventiva? «Si possono fare determinati racconti di storie prima ancora che, a mio avviso, il “fattaccio” avvenga: se è vero che il 75% degli omicidi avvenuti erano già stati segnalati, noi possiamo fare un lavoro preventivo».

È il caso di una donna che recentemente ha chiesto aiuto alla nota trasmissione televisiva, raccontando come il proprio ex marito minacciava di morte, periodicamente, lei e indirettamente la loro figlia, tramite messaggi sul cellulare, scritti e vocali. Eppure giuridicamente lui ha diritto a vedere la bambina. All’incontro prestabilito, avvenuto in Francia, al posto della donna e della bambina si è presentata un’inviata della trasmissione, con una troupe televisiva, per chiedere pubblicamente informazioni al riguardo.

Ma sulla modalità di tale lavoro preventivo la dott.ssa Angela Lacitignola ha tenuto a precisare: «il mio pensiero è che spesso si perde di vista la differenza tra l’operatore della comunicazione e l’operatore sociale. Ci sono dei fatti che hanno dinamiche che spesso i giornalisti non conoscono, perché sanno fare il loro lavoro, non sono né psicologi né operatori sociali. Nel momento in cui si va ad affrontare un tema come quello della violenza e si va sul posto a parlare con il maltrattante, si possono innescare delle conseguenze imprevedibili e fuori controllo sia da parte vostra [i giornalisti] che da parte della polizia, dinamiche che solo la donna subisce». Infatti, aggiunge la stessa Lacitignola, «non è il microfono o la telecamera che può inibire azioni di violenza e ripercussioni», sottolineando come, è vero, ci sono situazioni in cui i media sono arrivati “prima”, giusto in tempo per impedire un atto di violenza, catalizzando così la presenza di polizia e forze dell’ordine, ma è necessario tenere la massima attenzione e «non è sempre intervenendo e forzando la situazione che si può prevenire». Ha aggiunto, infine, che negli ultimi anni, in alcuni casi, c’è stato un miglioramento della comunicazione dei media e in particolare nella carta stampata.

È quindi necessario, come hanno concordato entrambe le parti, un’assidua collaborazione tra operatori dell’informazione, centri antiviolenza e forze dell’ordine.

Un cronista deve raccontare la “verità sostanziale dei fatti”, lo dice il codice deontologico, e lo menziona Gian Vito Cafaro, il quale sottolinea che questo potrebbe essere l’unico vero metro di misura che potrebbe in parte arginare eventuali abusi della parola, nella cronaca e non solo.

Rossella Matarrese, infine, si è soffermata sul linguaggio, sottolineando come, in un’epoca in cui si sente fortemente l’esigenza di usare un giusto ed equo vocabolario, e con eque terminologie, ancora oggi ci stiamo adattando, seppur con fatica al cambiamento. Ancora oggi, il sussidiario delle scuole è pieno di luoghi comuni e stereotipi, anche nelle raffigurazioni. Basti pensare alla mamma col grembiule e che si occupa della casa o al papà seduto sulla poltrona e intento a leggere il giornale. Oggi, la legge permette di assumere il cognome della propria madre ma la burocrazia rende tutto così complicato che, in finale di partita, quasi nessuno vi riesce, o meglio, desiste molto prima, adattandosi alla comune usanza. Eppure tutto ciò è l’ultimo dei problemi, poiché, anagrafe e giusto linguaggio a parte, se ancora oggi di una donna che ha subito violenza si dice che “se l’è cercata”, allora vuol dire che esiste un grosso limite culturale da combattere. Uno stereotipo, questo, dalle nefaste conseguenze.

La stessa Matarrese si è soffermata anche sulle eventuali sanzioni o azioni punitive per quei giornalisti che cadono in gravi errori professionali. Nelle situazioni gravi, naturalmente, non si ricorre al semplice richiamo ma alla sospensione; nelle situazioni più gravi o estreme si ricorre direttamente alla cancellazione dall’Albo. In genere c’è una filiera di controllo, infatti, per una testata giornalistica e prima d’ogni pubblicazione, il direttore editoriale è tenuto a leggere gli articoli e verificare se siano realmente pubblicabili o no. In caso di fatti “non veri” pubblicati, ogni azione è rimandata all’Ordine dei Giornalisti che decide il grado di gravità.

Infine, recentemente la Commissione pari opportunità della Fnsi ha da poco varato il Manifesto di Venezia, frutto di un’elaborazione che ha coinvolto anche la Cpo Usigrai e GiULiA Giornaliste, su proposta del Sindacato Giornalisti Veneto. Tale Manifesto è una sorta di decalogo in più punti per il “buon giornalismo” sulla comunicazione di genere. Insomma, una corretta informazione per contrastare la violenza sulle donne, come chiede la Convenzione di Istanbul.

Il prossimo appuntamento è fissato per giovedì 16 novembre alle ore 19.00, sempre presso la Sala del Palazzo “Miani-Perotti” (via Miani 1): la conferenza dal titolo La Violenza Ostetrica.