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TFR in busta paga. Cosa succederebbe in pratica

a cura dello Studio Arganese&Partners

tfr-in-busta-pagaPer un impiegato che guadagna 1.500 euro, l’incremento in busta paga sarà di 50 euro.

Premessa – Un argomento particolarmente importante che negli ultimi giorni sta alimentando focosi dibattiti politici è la proposta di anticipare una quota del Tfr nella busta paga che il lavoratore percepisce mensilmente, in modo tale da aumentare il suo potere d’acquisto. Data l’estrema importanza della modifica che si vorrebbe apportare, gli esperti della Fondazione Studi CdL hanno prodotto un documento (parere n. 3/2014) nel quale viene spiegato dettagliatamente cosa prevede la norma e quali siano gli effetti di un tale cambiamento. Secondo i primi calcoli della Fondazione Studi, la somma da percepire ogni mese, su uno stipendio di 1.500 euro, varierà dai 50 euro circa (in caso di Tfr erogato al 50%), ai 62 euro circa (in caso di Tfr erogato al 75%) agli 82 euro circa (in caso di Tfr erogato al 100%); è inevitabile, però, sottolineano i CdL (Consulenti del Lavoro), che ciò creerà al tempo stesso squilibri sul sistema pensionistico oltre al problema della tassazione agevolata e della compensazione delle imprese.

Soggetti interessati – La proposta del Governo interessa nello specifico ben 12 milioni di lavoratori del settore privato, e oltre 3 milioni del settore pubblico. Conti alla mano, per il settore privato ogni anno vengono erogate 315 miliardi di retribuzioni contro i 115 miliardi per quelle dei lavoratori pubblici, per un totale di circa 430 miliardi di retribuzioni l’anno. In termini di Tfr invece, l’importo annuo è di circa 21 miliardi 451 milioni di euro. In realtà, specificano i CdL, siccome per le imprese che superano i 49 dipendenti il Tfr rimasto in azienda viene destinato al Fondo di Tesoreria Inps – dal quale non è possibile sottrarlo per non incorrere in problemi di gettito – l’operazione si rivolge a una platea più ristretta, che ammonta a 6 milioni e 500 mila dipendenti di aziende private con meno di 50 dipendenti.

Distribuzione Tfr – Inoltre, i CdL fanno notare come bisogna tener conto di due fattori principali circa la distribuzione del Tfr: la riforma delle previdenza complementare, entrata in vigore dal 1° gennaio 2007, a cui ogni anno vengono destinati 6 miliardi del Tfr ed i 6 miliardi distribuiti annualmente al Fondo Tesoreria Inps. I restanti 10 miliardi rimangono in azienda. Di conseguenza, l’intervento non riguarderebbe tutti i 21 miliardi e 451 milioni di euro previsti ma soltanto la metà (quelli che rimangono in azienda).

La tassazione – Passando all’aspetto fiscale, i CdL mettono a confronto il tipo di tassazione del Tfr qualora questo venga corrisposto al termine del rapporto ovvero durante l’attività lavorativa. Nel primo caso, il lavoratore gode di un regime di tassazione agevolata che va dal 23 al 25% della somma percepita; la seconda è invece la totale esenzione, in quanto la somma del Tfr non alimenta il trattamento pensionistico dei lavoratori. A tal proposito, è possibile ricordare come la giurisprudenza in passato, in caso di Tfr anticipato mensilmente in busta paga dai datori di lavoro, avevano stabilito un cambiamento della natura della retribuzione, che diventava così ordinaria e non speciale. Di conseguenza, le imprese sono tenute a pagare i contributi corrispettivi e i lavoratori le imposte con un tasso ordinario e non più agevolato. Per conservare, dunque, l’agevolazione fiscale e contributiva bisogna necessariamente prevedere un’adeguata copertura finanziaria.

Pensione complementare – A seguito dell’entrata in vigore della riforma della previdenza del 2006 è stata concessa la possibilità ai lavoratori di poter integrare il metodo contributivo mediante la previdenza complementare. Ora, se la proposta del Governo andasse in porto, con la conseguenza di anticipare la somma o parte di essa in busta paga si creerebbe un danno al sistema pensionistico direttamente proporzionale al numero degli anni per cui viene percepito l’anticipo.

Il fronte delle imprese – Forti preoccupazioni si registrano sul fronte delle imprese, soprattutto nelle pmi. Secondo quanto è emerso da un’indagine effettuata dalla Fondazione Studi sulle microimprese, gli imprenditori vorrebbero liquidare il Tfr per favorire il clima aziendale e al tempo stesso evitare di dover versare somme superiori al loro volume d’affari al termine del rapporto di lavoro del dipendente. Sul punto, i CdL tengono a precisare che l’intervento non porterebbe certo a un aumento delle retribuzioni, in quanto si tratta solo di un sistema di autofinanziamento con cui i lavoratori si anticipano indennità future, mettendo però a rischio gli equilibri pensionistici e indirizzando i futuri pensionati a una misera esistenza.