di Lorena Liberatore

Vittorino Curci dialoga con Anita Piscazzi nel primo incontro di “Cassano d’Autore per Infinito 200”

È iniziata giovedì scorso, con Vittorino Curci, la seconda edizione di “Cassano d’Autore”, la rassegna letteraria promossa dal comune di Cassano Murge dedicata alla letteratura e alla poesia, quest’anno in rete con “Infinito 200”, progetto celebrativo del bicentenario della celeberrima lirica di Giacomo Leopardi, evento ideato dal poeta Davide Rondoni (che sarà ospite del secondo appuntamento di “Cassano d’autore” giovedì 30 agosto).

Vittorino Curci (classe 1952) vive a Noci, in provincia di Bari. È presente in varie antologie di poesia contemporanea, pubblicate in Italia e all’estero, i suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco, rumeno e arabo; la sua formazione artistica si è sviluppa negli anni Settanta presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui ha esposto i suoi primi lavori di arte concettuale, alla Galleria Jartrokor diretta da Sergio Lombardo; nel ‘79 è stato inserito nell’8ª Antologia Ipersperimentale Geiger, a cura di Adriano Spatola. Scrittore, musicista, pittore, Vittorino Curci è un artista a dir poco eclettico.

Di seguito l’intervista che ci ha concesso.

Com’è andata la presentazione di “Note sull’arte poetica” all’interno di “Cassano d’Autore per Infinito 200”?

Mi è piaciuta molto, erano tutti interessati e per me è importantissima l’attenzione che si crea intorno a questi momenti. E devo dire che c’era davvero una bella atmosfera.

Oltre che scrittore sei anche jazzista e nel tuo libro la presenza della musica è molto forte, al punto da sostituirsi talvolta alla parola. Com’è nata l’esigenza di fondere insieme queste due forme d’arte?

Non mi interesso solo di scrittura e musica, ma anche di disegno e pittura, sono tutte pratiche che coltivo fin da quando ero ragazzo, mi piace passare da una disciplina all’altra o, a volte, trasferire quello che apprendo in un’altra disciplina. È un mio divertimento questo: ’travasare’ esperienze da un linguaggio all’altro.

Ascoltando alcuni estratti di “Note sull’arte poetica” mi è sembrato di scorgere l’influenza di una tradizione ‘anglo-americana’ (per esempio, nell’uso di un testo/verso asciutto e diretto). Per caso c’è un autore americano, o inglese, a cui sei in particolar modo legato?

Ci sono autori americani che amo molto, in particolare Wallace Stevens e John Ashbery (ho scelto, non a caso, uno della prima metà del ‘900 e l’altro della seconda metà). Però, più che influenza americana, nel mio lavoro sento maggiormente l’influenza della lirica europea del ‘900, da Rilke in poi, attraversando diverse letterature europee. Ma è un po’ complicato ricostruire queste parentele [ride].

In effetti è più il compito dei critici… Una cosa molto bella che hai detto durante la presentazione è che, in realtà, il vero poeta quando scrive non ha un progetto a fronte, ma è come il santo dalla “testa vuota”, con riferimento a una certa tradizione teologica ma spiegata in maniera molto elementare: pensi che i critici letterari abbiano troppo decantato, e di conseguenza rovinato, l’approccio ai testi della tradizione poetica?

A mio parere il rapporto più giusto che un lettore può stabilire con la poesia è quello di leggere e rileggere il testo per familiarizzare con il linguaggio del poeta e farsi una propria idea di quello che il testo esprime. Le analisi dei critici non sono mai definitive, sono soltanto ‘letture’, legittime ma che si collocano accanto ad altre e infinite letture, perché il testo poetico, così come accade per un brano musicale, è irriducibile, e cioè inspiegabile, intraducibile, non semplificabile. Inoltre, dati i pessimi risultati, la scuola dovrebbe avere un approccio diverso alla poesia, più diretto e più semplice; tutte quelle note a piè di pagina andrebbero eliminate e ai ragazzi bisognerebbe far capire che ogni vero poeta inventa la sua lingua, che il contenuto di una poesia va al di là dell’argomento trattato, che le parole oscillano sempre tra suono e significato.

Vittorino Curci

Dici, quindi, che dietro al significato, a una spiegazione concreta, sono state aggiunte interpretazioni che non saranno necessariamente legate all’autore?

Sì, anche perché, in particolare nella poesia, ci sono aspetti non sempre definibili alla comprensione, ci sono immagini che ognuno può interpretare in maniera diversa. Non c’è, come nella scienza, una oggettività indiscutibile, anzi, la poesia è l’esaltazione di una soggettività che trascende la dimensione individuale, tanto che il lettore può incontrare nel testo qualcosa di suo in cui riconoscersi.

In base a quello che hai espresso anche durante la presentazione, possiamo dire, estremizzando, che analizzare in maniera troppo puntuale un testo equivale a commentare un brano musicale… facendo un’analisi approfondita di un banale solfeggio?

Esatto, è quasi un non rassegnarsi al fatto che questo qualcosa, che analizziamo, esista, e lo dobbiamo necessariamente ricondurre dentro un ragionamento già fatto. Tutto quello che vuole troppo spiegare finisce per uccidere la bellezza delle cose.

Hai in programma nuove pubblicazioni nello stile di “Note sull’arte poetica”?

Lavoro continuamente, quindi nuovi progetti ce ne sono sempre. Ora è in programma un nuovo libro di poesie, che uscirà tra un anno o due. E poi prossimamente ci saranno nuove mostre dei miei disegni e delle mie opere pittoriche, opere che sono spesso molto vicine ai testi che scrivo e alla musica che suono.

Prossimi appuntamenti di “Cassano d’Autore per Infinito 200”: non perdete Davide Rondoni giovedì 30 agosto con “L’amore non è giusto”, e il 6 settembre “Assonanze Notturne e altri racconti”.

 

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